IL PARCO AGRICOLO SUD MILANO - PARCO DEL TICINO - SENTIERI LOMBARDI, ITINERARI,NOTIZIE,STORIE ED ESPERIENZE IN MOUNTAIN BIKE
giovedì 29 ottobre 2015
LA VIA LATTEA TRA GAGGIANO E CISLIANO
Un circuito pedonale per conoscere l'agricoltura, il territorio e le sue caratteristiche. Un percorso di 21 km tra cascine, palazzi storici alla scoperta di Gaggiano e Cisliano. È la Via Lattea del Fai, iniziativa ideata dal Fondo Ambiente Italiano per valorizzare il contesto rurale lombardo. Il circuito che si snoda tra Gaggiano e Cisliano nel Parco Agricolo Sud è il terzo percorso ideato dall'ente. Gli altri due sono: Rozzano – Zibido San Giacomo; Pizzigettone – Formigara.
Lungo il percorso si potranno ammirare bellezze architettoniche come la facciata della Chiesa di Sant'Invenzio a Gaggiano ed il relativo centro storico. Il visitatore si immergerà progressivamente nel paesaggio agricolo a Casale San Vito per poi raggiungere il borgo di Fagnano. Le tracce storiche non mancano: il Castello Borromeo d'Adda del 1500, la Cascina Maderna e la Cascina Arrigoni sviluppata intorno al decadente Palazzo dei Landriani del cinquecento sono tappe a cui non si può rinunciare.
Punto di partenza
Piazzale della Chiesa di Sant'Invenzio
Come arrivare
In treno: Linea S9, stazione Gaggiano
In bicicletta: lungo la ciclabile del Naviglio Grande
In auto: SS 494, parcheggio stazione e campo sportivo Gaggiano;
In battello (estate): dall'Alzaia Naviglio Grande (civico 4).
Luoghi d'interesse (rintracciabili sulla mappa)
1. Chiesa di Sant'Invenzio
2. Centro di Gaggiano
3. Casale San Vito
4. Borgo di Fagnano
5. Castello Borromeo d'Adda
5.bis Parco Agricolo Sud
6 Cascina Madera
7 Cascina Arrigoni
UNA NUOVA REALTÀ' NEI NOSTRI PARCHI " I SALTAFOSSI " Un nuovo gruppo che ama la mountain bike e i nostri parchi
A.s.d. I SALTAFOSSI
Nata come un'idea da parte di un gruppo di amici Angelo Z., Massimo P. e Mauro C, al ritorno da un giro in MTB, davanti a un panino e un buon bicchierino di frizzantino, in una domenica di giugno del 2014.
Una volta coinvolti in questo nostro progetto altri amici appassionati della MTB, Io, Massimo P. e Angelo S. abbiamo iniziato la creazione di una vera e propria A.s.d. riconosciuta anche dal CONI
A.s.d. I SALTAFOSSI, rimane e rimarrà sempre un'associazione basata sull'amicizia e il buon divertimento sulle due ruote.
L'obbiettivo è coinvolgere ed avvicinare a questo stupendo sport, che è più che mai a contatto con la natura, sempre più persone; anche nuclei famigliari.
Proprio per questo organizzeremo uscite medio corte nel parco del Ticino e nel Parco Cicloturistico dei Navigli.
Un grazie anche all'ADO ( Associazione Donatori Ospedale San Paolo ), che ha creduto in questo nostro progetto, di non volere portare sempre lo sport all'esasperazione ma alla portata di tutti.
Uscire in MTB scoprendo percorsi sempre nuovi lontano dai rischi delle strade a contatto con la natura, non ha prezzo !!!
Se hai anche te questa passione, unisciti a noi, anche solo per un'uscita ...... non si necessita di attrezzature super tecnologiche, basta avere un minimo di allenamento.
Non sentirti più solo, se ti piacerà potrai entrare a fare parte di questo gruppo.
Un GRAZIE anche ai nostri sostenitori, che hanno contribuito in diverse maniere, facendo in modo di realizzare questo progetto: ADO, Anselmo's, Quaretta, DSA Service, dimensionebici.com, IL.VA rappresentanze, Geilog, iHome, Cornalba Graphic Designer, AS Pittore - Disegnatore Angelo Spagnuolo
Ciao e a presto
Mauro
mercoledì 24 luglio 2013
TUTTO SCORRE A GAGGIANO
Gaggiano e il Naviglio, un matrimonio senza età che si rinnova di anno in anno. Gaggiano e il Naviglio, frontiera tra città e campagna. Una specie di Terra di Mezzo, tanto per citare un film da Oscar, che si lascia alle spalle la pianura rigogliosa per gettarsi nell’urbanizzazione selvaggia della periferia di Milano. Intendiamoci, però, Gaggiano è l’ultimo baluardo verde di una terra che conserva un’anima rurale, non certo il punto di partenza di un’industria che fagocita l’ambiente circostante.
Il Naviglio perde proprio a Gaggiano la sua essenza, o forse la ritrova. Già, perché l’acqua che defluisce da Abbiategrasso, in direzione Milano, proviene da un territorio di prati verdi e campi coltivati che proprio al confine tra Gaggiano e Trezzano S/N si interrompe. Un contrasto gradevole che puoi osservare dal ponte posto alle porte della cittadina, regalandoti spunti di riflessione e scenari unici, ideali per trascorrere una giornata all’aria aperta. Parte da qui infatti l’Alzaia del Naviglio più sincera, quella intervallata dalle cascine e da rari filari di salici piangenti, che è tanto cara ai milanesi per le passeggiate in bici o per il footing.
Ma la città non ha solo il canale al quale lavorò anche Leonardo, conserva infatti un’anima propria che vale la pena di conoscere. Un’anima con un cuore pulsante che nell’ampia piazza dove si erge la chiesa di San Invenzio, emblema di un passato importante e di un futuro in crescendo, fa percepire il suo battito. L’edificio è davvero maestoso e, se vogliamo, anche diverso da quelli dei comuni limitrofi. Lo si capisce dalle decorazioni e dalla magnificenza di una facciata barocca che con i colori bianco e ocra illumina tutto l’ambiente che la circonda. I lavori di restauro interno ed esterno hanno poi portato alla luce testimonianze preziose che la rendono ancora più caratteristica. Ad esempio il pregevole affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna delle Grazie col Bambino è divenuto motivo e meta di diversi pellegrinaggi nel corso degli anni perchè ritenuto miracoloso.
Se esci dal luogo di culto, la vista si apre sul canale nel punto più ampio di tutto il suo corso. Ti trovi ora davanti ad una scelta: percorrere l’Alzaia in direzione Milano o attraversare il ponte e giungere sull’altra sponda. Dirigendoti verso Milano ti troverai in un ambiente del tutto rinnovato dalle recenti politiche di rilancio dei Navigli. Potrai soffermarti in un bar per un momento di relax o preferire una trattoria in puro stile lombardo.
È l’altro lato del Naviglio, però, che ti riporta all’interno del paese vero e proprio, dove elementi architettonici si fondono con architetture più recenti. È il caso del Palazzo Venini Uboldi, un maestoso edificio a U settecentesco che ti accoglie all’interno del paese. Da questo lato si trovano poi alcune attività storiche come la panetteria – pasticceria Tarantola che al suo interno ti accoglie con un immenso banco espositivo che a lato si chiude in piccolo angolo dedicato al bar. Qui potrai coccolarti con un buon caffè in compagnia di una brioches....appena sfornata.
venerdì 20 aprile 2012
L'ABBAZIA DI MORIMONDO
LA NASCITA
L’abbazia è indubbiamente l’emblema di Morimondo e della sua importanza nel passato quanto nel presente. L’edificio cistercense, che è stato da poco definitivamente ristrutturato, è un forte elemento di attrattiva per Morimondo ma anche per l’abbiatense in generale.La storia del paese inizia con la nascita del monastero che avvenne nel 1134 a Coronate, località a circa un chilometro dall’attuale sede, ad opera dei monaci provenienti dal monastero cistercense di Morimond in Francia.
Lo spostamento e gli anni difficili
Nel 1136 essi si trasferirono in località “Campo Falcherio” dove si stanziarono definitivamente. Iniziò così quel processo che diede vita e forma all’attuale edificio religioso. La risonanza della struttura nel territorio circostante aumentò rapidamente fino ad accogliere diverse vocazioni provenienti da tutte le classi sociali e testimoniate dalla fiorente attività dello scriptorium. Il territorio dove sorse l’edificio cistercense, al confine tra Milano e Pavia, non favorì il sereno prosieguo dei lavori di costruzione. Le due città, infatti, si contendevano continuamente il dominio politico e militare con saccheggi e invasioni nel territori morimondini. Nel 1161 il Barbarossa diede un duro colpo alla serenità della zona con un saccheggio che sconvolse gli abitanti. Le vicissitudini dell’abbazia non terminarono, nel 1237 un altro terribile saccheggio sconvolse la tranquilla vita dei monaci che terminarono i lavori solo nel 1296.
La Commenda
Nel 1450 Morimondo divenne commenda e il cardinale Giovanni Visconti fu il suo primo abate commendatario, seguito dal cardinale Branda Castiglioni, noto umanista. Fu però grazie a al figlio di Lorenzo il Magnifico, il cardinale Giovanni de' Medici, futuro papa Leone X, che Morimondo ebbe la sua rinascita spirituale. Testimoni di questa ripresa sono le opere di arte e di devozione, come la ricostruzione del chiostro intorno all’anno 1500, il rifacimento del portale della sacrestia, l'affresco della "Madonna col Bambino" attribuito al Luini del 1515, e infine il coro ligneo del 1522.
Da Abbazia a Parrocchia
Il 1564 vede l’intervento San Carlo Borromeo che eresse l’abbazia a parrocchia e contemporaneamente la spoglia di tutti i suoi terreni per aiutare economicamente l'Ospedale Maggiore di Milano. La comunità monastica ebbe nuova linfa vitale nel seicento grazie alla conduzione dell’abate Antonio Libanorio (1648-1652). La costruzione della struttura proseguì nel ‘700 quando vennero edificati i palazzi che s’innalzano sopra i lati ovest e nord del chiostro. Il colpo più duro arrivò però alla fine del ‘700, precisamente il 31 maggio 1798, quando, a seguito della rivoluzione francese, fu decretata la soppressione di tutti gli ordini monastici e ovviamente anche quella della comunità cistercense di Morimondo.
I fatti più recenti
Nel periodo che va dal 1805 al 1950 le attività religiose furono guidate dai sacerdoti ambrosiani. Nonostante la presenza dei religiosi, l’abbazia versava in condizioni di abbandono; fu grazie al cardinale Ildefonso Schuster che si ebbe nuovamente una certa vitalità religiosa. Arrivarono inizialmente i monaci Trappisti delle Tre Fontane a Roma e, nel 1950, la Congregazione degli Oblati di Maria Vergine. Arrivati ai giorni nostri, nel 1991, l’abbazia viene affidata alla Congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria con l’invito, da parte del Cardinal Martini, a rilanciare l’abbazia quale centro di spiritualità. Nel 1993 avviene il rilancio vero e proprio grazie alla costituzione della Fondazione Abbatie Sancte Marie de Morimundo che si prodiga per raccogliere fondi per la ristrutturazione, conclusa da poco, di alcune aree dell’edificio.
SCRITTO DA: Luca Crepaldi
giovedì 5 aprile 2012
LE MARCITE RISORSA FONDAMENTALE PER GLI ANIMALI
Le marcite, coltura storica “introdotta” dai monaci cistercensi nel medioevo, è tutelata dal Parco Ticino fin dagli anni ottanta. Oltre trecento sono gli ettari di marcita che gli agricoltori conservano in collaborazione con il Parco, permettendo di mantenere scorci paesaggistici di grande pregio. Quando l’inverno è particolarmente ostile, le temperature scendono sotto zero e la neve ricopre tutta la campagna, gli animali e soprattutto gli uccelli sono messi a dura prova perché il cibo scarseggia e il loro corpo ha bisogno di energie supplementari per resistere al gelo.
In questi casi le marcite, grazie allo scorrimento dell’acqua che impedisce al terreno di gelare e scioglie la neve, offrono grandi quantità di alimento per la fauna e sono una risorsa fondamentale per superare il rigido inverno.
Durante le scorse settimane nevose e di freddo intenso, la Fondazione Lombardia per l’Ambiente, tramite i ricercatori Fabio Casale e Riccardo Falco, ha effettuato alcuni sopralluoghi sulle marcite nell’ambito del Progetto cofinanziato dalla Fondazione Cariplo “Gestione e conservazione di agro-ecosistemi e di ambienti forestali a favore dell’avifauna di interesse conservazionistico nel Parco del Ticino” e attuato in collaborazione con il Parco del Ticino.
I risultati della ricerca
Dalle osservazioni ornitologiche effettuate dai ricercatori sono state rilevate ben 34 specie. Nell’elenco qui sotto sono riportati il numero di individui osservati e, tra parentesi, la suddivisione dei numeri tra marcite localizzate nel Milanese e nel Pavese.
Airone guardabuoi 2 ( MI)
Garzetta 5 ( MI)
Airone bianco maggiore 5 ( MI)
Airone cenerino 27 (25 MI, 2 PV)
Ibis sacro 4 (MI)
Germano reale 32 ( MI)
Gheppio 1 ( MI )
Sparviere 2 (1 MI, 1 PV)
Poiana 5 (3 MI, 2 PV)
Fagiano 1 ( PV)
Gallinella d'acqua 2 (1 MI, 1 PV)
Pavoncella 422 (43 MI, 379 PV)
Frullino 1 ( PV)
Beccaccino 90 (9 MI, 81 PV)
Tottavilla 2 ( PV)
Allodola circa 350 (circa 200 MI, circa 150 PV)
Pispola circa 750 (circa 150 MI, circa 600 PV)
Spioncello circa 160 (circa 10 MI, circa 150 PV)
Ballerina gialla 7 (1 MI, 6 PV)
Scricciolo 2 (MI)
Passera scopaiola 1 ( MI)
Pettirosso 10 (6 MI, 4 PV)
Codirosso spazzacamino 1 ( PV)
Merlo 6 (1 MI, 5 PV)
Cesena 4 (1 MI, 3 PV)
Tordo bottaccio 1 ( PV)
Tordo sassello 1 ( PV)
Cornacchia grigia 64 (7 MI, 57 PV)
Storno 186 (56 MI, 130 PV)
Fringuello 114 (1 MI, 113 PV)
Peppola 10 ( PV)
Lucherino 5 (MI)
Fanello 45 ( MI )
Migliarino di palude 29 (2 MI, 27 PV)
Commento
“Da queste prime osservazioni – spiegano i ricercatori Fabio Casale e Riccardo Falco - emerge la significativa importanza che le marcite hanno per alcune specie, soprattutto in situazioni di terreno innevato e gelato.
Particolarmente significativi sono i numeri relativi a Beccaccino, Pavoncella, Allodola e Pispola, oltre alle presenze di Frullino (specie in declino in Europa, non comune come svernante in Pianura Padana), Tottavilla (specie di interesse comunitario, in declino in Europa) e Fanello (specie in declino in Europa, nidificante soprattutto in habitat montani e svernante nelle aree agricole planiziali)”.
Il progetto
Il progetto “Gestione e conservazione di agroecosistemi e di ambienti forestali a favore dell’avifauna di interesse conservazionistico nel Parco del Ticino”, promosso da Fondazione Lombardia per l’Ambiente e Parco del Ticino e cofinanziato da Fondazione Cariplo, si prefigge di eseguire interventi che migliorino lo stato di conservazione degli ambienti agricoli e forestali presenti nell’area protetta, a favore dell’avifauna di interesse conservazionistico. Gli interventi hanno due obiettivi prioritari, da un lato la riqualificazione di habitat tutelati a livello europeo (praterie, querceti di farnia o rovere, foreste alluvionali di ontano e frassino, foreste miste riparie di grandi fiumi), dall’altro la creazione o il ripristino, di habitat idonei per l’avifauna degli ambienti agricoli (prati da fieno, siepi, tessere agro-ambientali, fasce prative temporaneamente non falciate, marcite ben conservate, ecc).
Il progetto prevede anche azioni di monitoraggio della fauna che si affiancheranno alle attività di inanellamento dei migratori, che il Parco svolge ormai da più di dieci anni presso la stazione di Vizzola Ticino (Va) e azioni di coinvolgimento e sensibilizzazione delle aziende agricole che operano nel territorio dell’area protetta, che saranno interessate anche nella diretta realizzazione di interventi, in particolare quelli legati alla riqualificazione degli agroecosistemi.
Il progetto è partito all’inizio del 2012 e si concluderà a fine 2015.
La necessità di realizzare questo progetto nasce dai dati emersi da studi pregressi svolti nel Parco del Ticino ed in ambito lombardo.
In particolare negli ambienti forestali del Parco del Ticino risultano evidenti negli ultimi anni forme di degrado dipendenti ad esempio dalla diffusione di specie alloctone invasive, mentre negli ambienti agricoli è emersa la necessità di creare, ripristinare e mantenere prati stabili e marcite nonché di mettere a dimora nuove siepi e nuclei arbustivi. Una recente indagine a scala regionale sullo stato di conservazione dell’Averla piccola, specie di grande interesse conservazionistico, strettamente legata agli ambienti agricoli e particolarmente rappresentativa di ambienti agricoli tradizionali, ha inoltre permesso di verificare come tale specie sia attualmente presente solo a basse densità nel Parco della Valle del Ticino e che opportuni interventi di miglioramento dell’habitat potrebbero incrementare la disponibilità di habitat idoneo per la specie, come già effettuato con successo in altri contesti
L’opportunità di affrontare tali problematiche nel Parco del Ticino, con gli interventi previsti nel progetto, deriva inoltre da esperienze analoghe di successo realizzate in altre aree protette.
Alcune delle azioni previste nel progetto sono infatti state infatti già testate positivamente in altri territori. Ad esempio in ambito montano con il Progetto LIFE Natura “Alpe Veglia e Alpe Devero”, per quanto concerne il pascolo controllato con finalità naturalistiche e in ambienti di fondovalle, e con il Progetto LIFE Natura “Fiume Toce” per quanto concerne la gestione dei prati da fieno con finalità di conservazione dell’avifauna. Tali tipologie di intervento rappresentano un’innovazione in termini di conservazione di habitat e specie per gli ambiti planiziali e l’interesse alla loro realizzazione deriva dalla possibilità di implementare e verificare in una delle aree protette più vaste della Pianura Padana sia la loro validità ecosistemica sia la loro ripetibilità su scala ampia (area protetta) e su scala locale (azienda agricola).
LA FORESTA, IL FIUME, I PELLEGRINI NEL PARCO
La Foresta, il Fiume, i Pellegrini nel Parco Ticino
Dal 28 al 30 aprile un viaggio di tre giorni che attraversa gli angoli meno conosciuti del Parco del Ticino proclamato dall’Unesco "Riserva della Biosfera"di interesse mondiale
(mi-lorenteggio.com) Magenta, 05 aprile 2012 - Una natura a due passi dalle città di Milano e Pavia, tutta da scoprire. Gli sforzi operati dall’uomo nel corso dei secoli per “addomesticarla”, sono evidenti. Altrettanto un paesaggio che mantiene a tratti ancora la sua selvaggia bellezza. “Un paesaggio costruito”, come scriveva il Cattaneo, che ci racconta di uomini e donne che con le loro azioni hanno modellato il territorio.
Lasciati a poca distanza i ritmi frenetici della città, ci immergeremo nella quiete dei borghi contadini, seguendo antiche vie di commercio, percorrendo alzaie e sentieri campestri; seguiamo con calma le sponde del Ticino, pronti a scoprire innumerevoli gioielli naturalistici ed artistici risparmiati dallo sviluppo urbano ed industriale. Il cammino ci porta ad assaporare i prodotti tipici dell’agricoltura locale, a sintonizzarci con i ritmi delle stagioni, a rivivere un passato ormai quasi dimenticato. Alla fine del nostro «piccolo» viaggio giungiamo alla XXV edizione di Officinalia, mostra mercato dell’alimentazione biologica e dell’ecologia domestica, che si svolge nella cornice del Castello di Belgioioso.
Sabato 28 aprile Vigevano – Bereguardo, 20 km. Dalla stazione di Vigevano usciamo verso sud dalla città verso La Sforzesca. Proseguiamo poi tra campi e cascine e attraverso aree coltivate e gli splendidi boschi del Ticino. Arriviamo infine a Bereguardo dal famoso ponte di barche. Cena in ristorante e notte in hotel.
Domenica 29 aprile Bereguardo – Pavia, 20 km. Continuiamo il viaggio sul fiume lungo la sua sponda destra, in un susseguirsi di paesaggi mutevoli di notevole pregio. Incontriamo le lanche, porzioni di alveo fluviale abbandonate dal flusso principale del Ticino, che offrono, con le loro acque calme, riparo a molteplici specie di animali. Nei pressi di Cascina Venara possiamo vedere anche le cicogne bianche. Il Sentiero E1, infine, si sovrappone al Sentiero del Giubileo e, così, differenti percorsi e storie si intersecano e si mescolano, conducendoci lentamente a Pavia. Cena tipica e notte in camere presso affittacamere.
Lunedì 30 aprile Pavia – Belgioioso, 14 km. L’ultima tappa ci conduce, seguendo la Via Francigena, alla nostra meta finale, Officinalia, nella splendida cornice del Castello di Belgioioso. Lungo il cammino incontriamo la bella chiesa Romanica di San Giacomo della Cereda.
Inizio: sabato 28 aprile ore 10,30 alla stazione dei treni di Vigevano. In treno da Milano Porta Garibaldi (linea Milano- Mortara-Alessandria, www.trenitalia.it). In autobus da Milano e da Pavia (Lomellina Trasporti www.lomellinatrasporti.it). Arrivare pronti al cammino e provvisti di pranzo al sacco.
Fine lunedì 30 aprile alla Fiera Officinalia presso il Castello di Belgioioso da cui facilmente si raggiungono Pavia e Milano. L'arrivo a piedi è previsto nel primo pomeriggio al Castello. Qui restiamo e visitiamo la Fiera per il tempo a disposizione prima dei rispettivi rientri.
Cammino: facile senza dislivelli e difficoltà tecniche per alzaie (strade lungo fiume) e per strade campestri. Lunedi, seguiamo la Via Francigena il cui itinerario in gran parte ricalca stradine asfaltate, sterrate e piste ciclabili.
Notti: in hotel a Bereguardo e presso affittacamere (in camere multiple con letti a castello) a Pavia.
Pasti: pranzo al sacco (eventuale possibilità di sosta in punti di ristoro), pasti tipici la sera.
Sapori tipici: riso, zuppe, polenta e casoeula, polenta e bruscitt, erbe aromatiche, fagioli borlotti, pesce in carpione, il vino (vicino l'Oltrepò pavese), la torta paradiso.
Cosa portare: scarpe o scarponi da trekking, zaino, mantella per la pioggia, cappellino, borraccia, lenzuola e asciugamani sono forniti dalle strutture. La lista completa è inviata prima della partenza.
Difficoltà: 1+ su 4. Si tratta di un breve viaggio itinerante con zaino sulle spalle ma leggero dove si cammina senza dislivelli. Richiede allenamento per affrontare bene gli accessibili 20 Km dei primi due giorni!
Quota: € 90 da versare all'associazione (per segreteria, organizzazione, guida). Spese previste: € 120. Da portare con sé per mangiare, dormire e ingresso fiera. Sono calcolate accuratamente, tuttavia suscettibili di piccole variazioni in più o meno legate a variazione prezzi ed al comportamento del gruppo.
Iscrizione annuale a TraTerraeCielo € 26 (comprende assicurazione). Iscrizioni entro mercoledì 18 aprile
Note: il percorso e gli alloggi possono subire modifiche, in base alle condizioni atmosferiche o alle necessità del momento.
Info e iscrizioni: LE VIE DEI CANTI Tel. 0583 356177 /82 ore 9-13 e 14-18, 331-9165832 www.viedeicanti.it - info@viedeicanti.it
domenica 10 luglio 2011
FONTANILI NEL PARCO AGRICOLO SUD MILANO
Fontanili. Siglato Protocollo per la valorizzazione del reticolo irriguo tra Morimondo e i territori lungo l’asta del Naviglio di Bereguardo
Sottoscritto protocollo d’intesa tra Consorzio et Villoresi, Morimondo, Parco Ticino e Fondazione dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda.
(mi-lorenteggio.com) Moriondo, 09 luglio 2011 – Con l’approvazione, da parte del Consiglio d’Amministrazione del Consorzio di Bonifica ET Villoresi dello schema di Protocollo d’intesa per la valorizzazione del reticolo irriguo e delle valenze paesaggistico ambientali nel Comune di Morimondo e nei territori lungo l’asta del Naviglio di Bereguardo, e con l’invio del progetto definitivo per la richiesta di finanziamenti a Regione Lombardia, si è entrati nell’ultima fase di un accordo dal grande valore sotto il profilo paesistico e ambientale.
“In buona sostanza, insieme al Comune di Morimondo, al Parco del Ticino e alla Fondazione dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda – spiega il Presidente del Consorzio ET Villoresi Alessandro Folli – diamo applicazione pratica ad un progetto il cui obiettivo di fondo è la tutela del reticolo irriguo di questo territorio e la sua valorizzazione turistico ambientale, in particolar modo mettendo a sistema i diversi percorsi collegati all’asta del Naviglio di Bereguardo”.
“Si tratta – continua il Presidente Folli – di un ‘percorso aperto’ teso alla riqualificazione di un’intera area e al quale, in futuro, auspichiamo vivamente si possano aggregare altri soggetti”.
Nel dettaglio, i progetti attivati riguardano la riqualificazione idraulica e ambientale del Fosson Morto e di alcuni fontanili e marcite vicine all’Abbazia di Morimondo.
In concreto, la prima azione riguarda tre fontanili collocati, rispettivamente a Nord e a Est dell’Abbazia, oltre che sul territorio della medesima.
La domanda di finanziamento prevede una copertura della spesa pari al 100%, per un importo complessivo di poco superiore ai 35 mila euro.
Da un punto di vista procedurale, entro il prossimo 6 novembre sarà pubblicata dalla Regione Lombardia la graduatoria per l’accesso ai finanziamenti previsti per il recupero dei fontanili all’interno del Piano di Sviluppo Regionale (PRS). A quel punto si potrà procedere con il progetto esecutivo.
La firma congiunta per il Protocollo d’intesa giunge dopo che la bozza di convenzione è passata al vaglio dei Consigli dei diversi soggetti coinvolti.
“Ancora una volta – evidenzia il Presidente Folli – il Consorzio ET Villoresi, insieme a tutta la sua struttura che ha redatto il progetto, si è prestato volentieri a ricoprire il ruolo di ‘regista’ rispetto ad un’operazione di preziosa valorizzazione di un’area strategica all’interno del ‘Sistema dei Navigli’, dimostrando, inoltre, di saper rispondere in pieno alla sua ‘mission’ di soggetto deputato alla tutela ambientale e paesaggistica del territorio, nonché alla sua fruizione e promozione turistica”.
“Il fatto – conclude il Sindaco di Morimondo Marco Marelli - di trovarci qui oggi insieme per questa firma, mi pare altamente significativo di come la proficua collaborazione istituzionale ai diversi livelli possa portare a risultati tangibili. Da parte nostra c’è grande soddisfazione, Morimondo diventa così protagonista di un ‘progetto pilota’ che, come abbiamo avuto modo di sentire questa mattina, potrà diventare un modello di lavoro da applicare anche in altre realtà”.
Sottoscritto protocollo d’intesa tra Consorzio et Villoresi, Morimondo, Parco Ticino e Fondazione dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda.
(mi-lorenteggio.com) Moriondo, 09 luglio 2011 – Con l’approvazione, da parte del Consiglio d’Amministrazione del Consorzio di Bonifica ET Villoresi dello schema di Protocollo d’intesa per la valorizzazione del reticolo irriguo e delle valenze paesaggistico ambientali nel Comune di Morimondo e nei territori lungo l’asta del Naviglio di Bereguardo, e con l’invio del progetto definitivo per la richiesta di finanziamenti a Regione Lombardia, si è entrati nell’ultima fase di un accordo dal grande valore sotto il profilo paesistico e ambientale.
“In buona sostanza, insieme al Comune di Morimondo, al Parco del Ticino e alla Fondazione dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda – spiega il Presidente del Consorzio ET Villoresi Alessandro Folli – diamo applicazione pratica ad un progetto il cui obiettivo di fondo è la tutela del reticolo irriguo di questo territorio e la sua valorizzazione turistico ambientale, in particolar modo mettendo a sistema i diversi percorsi collegati all’asta del Naviglio di Bereguardo”.
“Si tratta – continua il Presidente Folli – di un ‘percorso aperto’ teso alla riqualificazione di un’intera area e al quale, in futuro, auspichiamo vivamente si possano aggregare altri soggetti”.
Nel dettaglio, i progetti attivati riguardano la riqualificazione idraulica e ambientale del Fosson Morto e di alcuni fontanili e marcite vicine all’Abbazia di Morimondo.
In concreto, la prima azione riguarda tre fontanili collocati, rispettivamente a Nord e a Est dell’Abbazia, oltre che sul territorio della medesima.
La domanda di finanziamento prevede una copertura della spesa pari al 100%, per un importo complessivo di poco superiore ai 35 mila euro.
Da un punto di vista procedurale, entro il prossimo 6 novembre sarà pubblicata dalla Regione Lombardia la graduatoria per l’accesso ai finanziamenti previsti per il recupero dei fontanili all’interno del Piano di Sviluppo Regionale (PRS). A quel punto si potrà procedere con il progetto esecutivo.
La firma congiunta per il Protocollo d’intesa giunge dopo che la bozza di convenzione è passata al vaglio dei Consigli dei diversi soggetti coinvolti.
“Ancora una volta – evidenzia il Presidente Folli – il Consorzio ET Villoresi, insieme a tutta la sua struttura che ha redatto il progetto, si è prestato volentieri a ricoprire il ruolo di ‘regista’ rispetto ad un’operazione di preziosa valorizzazione di un’area strategica all’interno del ‘Sistema dei Navigli’, dimostrando, inoltre, di saper rispondere in pieno alla sua ‘mission’ di soggetto deputato alla tutela ambientale e paesaggistica del territorio, nonché alla sua fruizione e promozione turistica”.
“Il fatto – conclude il Sindaco di Morimondo Marco Marelli - di trovarci qui oggi insieme per questa firma, mi pare altamente significativo di come la proficua collaborazione istituzionale ai diversi livelli possa portare a risultati tangibili. Da parte nostra c’è grande soddisfazione, Morimondo diventa così protagonista di un ‘progetto pilota’ che, come abbiamo avuto modo di sentire questa mattina, potrà diventare un modello di lavoro da applicare anche in altre realtà”.
sabato 9 luglio 2011
MESSA IN SICUREZZA DELLE ALZAIE DEL NAVIGLIO GRANDE
IL PARCO » Messa in sicurezza delle Alzaie
Messa in sicurezza delle Alzaie
Scalette e salvagenti per rendere sicure le alzaie del Naviglio Grande
Novanta presidi di sicurezza, ossia postazioni di salvataggio composte di scalette e salvagenti, a garanzia della percorribilità delle alzaie del Naviglio Grande. La proposta di progetto realizzato dall’architetto Ermanno Ranzani per conto del Consorzio Parco della Valle del Ticino, definisce le postazioni di salvataggio e le loro collocazioni per la parte di Naviglio Grande che va dal comune di Turbigo al comune di Abbiategrasso. Per questa tratta le alzaie sono in concessione per alcune parti al Parco del Ticino e per altre parti ai singoli comuni.
Le opere proposte si inquadrano in una serie di opere che tutte assieme dovranno garantire, nel tempo, la fruibilità più ampia degli itinerari pedonali e ciclabili del Naviglio Grande. La cadenza dei presidi sarà valutata in relazione ai contesti, alle diverse caratteristiche ambientali del luogo e ai diversi gradi di pericolosità riscontrabili. In linea puramente indicativa sarà realizzato un presidio ogni 200 metri collocati in corrispondenza delle alzaie.
La strada alzaia del Naviglio Grande, appartenente al demanio regionale, è gestita dal Parco del Ticino in virtù di concessione che la destina ad un uso esclusivamente di servizio; la Regione Lombardia stessa ne riconosce nell’atto di concessione la mancanza dei requisiti di sicurezza, e pertanto l’alzaia non può essere utilizzata né come pista pedonale né tantomeno ciclabile. La convenzione siglata lo scorso marzo tra Regione Lombardia e Parco del Ticino prevede “l’impegno di Regione e Parco Ticino a ripristinare l’uso ciclabile e/o pedonale della Strada alzaia dopo la realizzazione delle opere necessarie per la sia messa in sicurezza, previo reperimento delle risorse finanziarie necessarie”.
Il progetto e le tipologie di sponde
Il progetto prevede la messa in opera di 90 postazioni di sicurezza lungo le sponde del Naviglio Grande da Abbiategrasso a Turbigo, escluso il tratto Pontevecchio – Pontenuovo in Comune di Magenta, in quanto interessato da analogo intervento già in fase di realizzazione a cura del Comune, in modo di consentire un uso pedonale sicuro della strada Alzaia, principalmente a scopo turistico- ricreativo.
La postazione di sicurezza è composta da:
- una scaletta in tubolare, di acciaio successivamente verniciato, ancorata sulla sponda in modo da consentire, nel caso di caduta accidentale in acqua, l’accesso alla riva;
- un pannello di acciaio successivamente verniciato, posto sulla sponda in coincidenza con la scaletta in modo da rendere visibile il punto di salvataggio anche dall’acqua. Il pannello ha anche la funzione di sostegno di un salvagente e sagola da 30 metri, con caratteristiche definite per tale uso, da utilizzare in caso di necessità direttamente dalla sponda .
La scaletta verrà posizionata con ancoraggi idonei in modo da assicurare un carico di 300 kg oltre la componente data dalla velocità della corrente, senza modificare in alcun modo i muri spondali in quanto gli stessi verranno unicamente coinvolti con la piastra di ancoraggio prevista al piede della scaletta.
La postazione verrà predisposta con la scaletta, il pannello, il salvagente e la sagola di colore rosso.
Nella scelta dei colori si è tenuto conto di due esigenze principali:
- garantire il miglior inserimento ambientale e paesaggistico delle nuove strutture;
- garantire la visibilità delle stesse.
La storia
Negli ultimi 10 anni l’uso del Naviglio Grande si è fortemente modificato andando sempre di più verso una maggiore presenza di utenti che a vario titolo fruiscono di questo ambiente in più modi. Migliaia di persone passeggiano a piedi, percorrono in bicicletta le alzaie, nuotano o navigano sul naviglio e questi fatti che pur sempre erano esistiti oggi si manifestano in maniera crescente e preponderante segnando anche in questo caso quella diversa concezione degli usi e degli ambienti tipici della Contemporaneità. Partendo da questa considerazione diventa indispensabile ragionare su questi nuovi usi e assecondarli dando nuove garanzie di sicurezza. La proposta dei presidi rappresenta perciò il primo, di una serie di elementi che si costRUIRANNO nell’affrontare la sicurezza di questo ambiente. E’ perciò evidente che la sicurezza nel suo complesso si otterrà con la sommatoria di più azioni congiunte (presidi più parapetti più spostamenti del tracciato dell’alzaia, etc).
Il Parco del Ticino iniziò ad interessarsi attivamente di “piste ciclabili” 23 anni fa, periodo in cui iniziò la campagna, allora definita “Isola Ticino”, con la quale fu finalmente applicato il dettato del Piano Territoriale di Coordinamento che prevedeva il divieto d’accesso alle auto nelle zone di Riserva Naturale e sul greto del fiume.
Prima di allora, infatti, i boschi e le spiagge del Ticino erano invasi dalle automobili che venivano parcheggiate sin sul greto del fiume.
Già da allora era chiaro agli amministratori del Parco che una situazione del genere non poteva certamente essere ritenuta confacente ad un’area protetta, né dal punto di vista ambientale (danni alla vegetazione,rumori, rifiuti abbandonati, inquinamento dell’aria) né dal punto di vista fruitivo, dato che si trattava di luoghi (lanche, boschi, prati, sentieri, ecc.) per definizione incompatibili con la presenza di mezzi motorizzati.
L’Isola Ticino fu un’operazione lunga e complessa che richiese molta pazienza e tenacia, soprattutto perché, per ottenere qualche risultato, si rendeva necessaria la collaborazione delle amministrazioni locali per il reperimento di idonee aree a parcheggio, per lo più esterne alle riserve naturali e un’azione di convincimento degli utenti del Ticino ad accettare l’iniziativa.
Sarebbe in ogni modo stato un grave errore di valutazione pensare di allontanare le auto dalle zone più importanti naturalisticamente, senza impostare una politica complessiva e propositiva riguardo all’organizzazione del tempo libero nel Parco del Ticino, territorio che complessivamente coinvolge un bacino di utenza molto vasto, dell’ordine di alcuni milioni di abitanti.
La realizzazione di un sistema di piste ciclabili, lungo i canali o lungo il fiume, che andasse da nord a sud, dal lago Maggiore al Po, sembrò una delle soluzioni ideali da vari punti di vista. Innanzi tutto perché lungo l’80% circa del percorso era già esistente una viabilità secondaria (alzaie e strade consortili), anche se necessitava di opere di regolamentazione ed adeguamento; in secondo luogo perché le strade erano in buona parte di proprietà di enti pubblici (Regione Lombardia, Consorzio Bonifica Villoresi, Enel) e quindi un accordo sulla gestione ciclabile dei percorsi non avrebbe comportato le difficoltà che possono sorgere con le proprietà private; in terzo luogo perché i percorsi si trovavano in una posizione geografica, ambientale e paesaggistica ideale: appena fuori dalle Riserve Naturali e quindi da ambienti fragili e non adatti a forti frequentazioni, ma in ogni caso all’interno di un ambiente ed un paesaggio interessantissimi che nei secoli si erano arricchiti di elementi architettonici di grande fascino e di valore storico. Alle intenzioni seguirono i fatti, e già nel 1992 il Parco, attraverso una convenzione con la Regione Lombardia (poi rinnovata nel 2001 e, in ultimo, nel marzo del 2010), realizzò il primo tratto di pista ciclabile lungo il Naviglio Grande, da Turbigo ad Abbiategrasso, e successivamente, dopo un accordo con il Consorzio Villoresi, lungo un tratto del Naviglio di Bereguardo, da Abbiategrasso sino a Motta Visconti.
Da subito, ci si pose il problema della sicurezza di percorsi che utilizzavano strade alzaie di un canale navigabile ancora attivo e pertanto, a differenza di altri non più classificati navigabili, come il Naviglio Martesana o il Canale Villoresi, non recintabile. Infatti, l’attiraglio delle barche, anche se nel 1992 oramai ne passavano pochissime, necessitava che le corde di trazione non incontrassero ostacoli lungo la sponda; solo in prossimità dei ponti, laddove lo sgancio e riaggancio delle barche costringevano comunque gli operatori alla manovra, era possibile proteggere brevi tratti del canale con modalità tali che la corda di traino della barca potesse scivolare sopra la difesa .
Per affrontare tale problematica, il Parco optò per un regolamento d’uso da rendere noto all’inizio delle piste e quindi ad una segnaletica orizzontale e verticale tali da mettere sul “chi va là” gli utilizzatori dei percorsi.
Poche regole e chiare: non superare i 20 chilometri all’ora, tenere la destra, non utilizzare le piste per usi impropri (cavalli, ad esempio) e soprattutto, in analogia con quanto avviene nelle stazioni ferroviarie e nelle metropolitane, non oltrepassare una linea gialla di sicurezza che delimitava il percorso ciclabile dalla fascia più prossima al canale e più esposta all’acqua.
I costi
Il costo complessivo dei lavori è di 232.021,80 euro. Le postazioni previste sono 90 (per un costo singolo di circa 2.600 euro), di cui 16 sono di competenza comunale: 5 a Cassinetta di Lugagnano, 4 a Robecco sul Naviglio, 2 a Boffalora Ticino, 1 a Bernate Ticino, 2 a Robecchetto con Induno, 2 a Turbigo
Messa in sicurezza delle Alzaie
Scalette e salvagenti per rendere sicure le alzaie del Naviglio Grande
Novanta presidi di sicurezza, ossia postazioni di salvataggio composte di scalette e salvagenti, a garanzia della percorribilità delle alzaie del Naviglio Grande. La proposta di progetto realizzato dall’architetto Ermanno Ranzani per conto del Consorzio Parco della Valle del Ticino, definisce le postazioni di salvataggio e le loro collocazioni per la parte di Naviglio Grande che va dal comune di Turbigo al comune di Abbiategrasso. Per questa tratta le alzaie sono in concessione per alcune parti al Parco del Ticino e per altre parti ai singoli comuni.
Le opere proposte si inquadrano in una serie di opere che tutte assieme dovranno garantire, nel tempo, la fruibilità più ampia degli itinerari pedonali e ciclabili del Naviglio Grande. La cadenza dei presidi sarà valutata in relazione ai contesti, alle diverse caratteristiche ambientali del luogo e ai diversi gradi di pericolosità riscontrabili. In linea puramente indicativa sarà realizzato un presidio ogni 200 metri collocati in corrispondenza delle alzaie.
La strada alzaia del Naviglio Grande, appartenente al demanio regionale, è gestita dal Parco del Ticino in virtù di concessione che la destina ad un uso esclusivamente di servizio; la Regione Lombardia stessa ne riconosce nell’atto di concessione la mancanza dei requisiti di sicurezza, e pertanto l’alzaia non può essere utilizzata né come pista pedonale né tantomeno ciclabile. La convenzione siglata lo scorso marzo tra Regione Lombardia e Parco del Ticino prevede “l’impegno di Regione e Parco Ticino a ripristinare l’uso ciclabile e/o pedonale della Strada alzaia dopo la realizzazione delle opere necessarie per la sia messa in sicurezza, previo reperimento delle risorse finanziarie necessarie”.
Il progetto e le tipologie di sponde
Il progetto prevede la messa in opera di 90 postazioni di sicurezza lungo le sponde del Naviglio Grande da Abbiategrasso a Turbigo, escluso il tratto Pontevecchio – Pontenuovo in Comune di Magenta, in quanto interessato da analogo intervento già in fase di realizzazione a cura del Comune, in modo di consentire un uso pedonale sicuro della strada Alzaia, principalmente a scopo turistico- ricreativo.
La postazione di sicurezza è composta da:
- una scaletta in tubolare, di acciaio successivamente verniciato, ancorata sulla sponda in modo da consentire, nel caso di caduta accidentale in acqua, l’accesso alla riva;
- un pannello di acciaio successivamente verniciato, posto sulla sponda in coincidenza con la scaletta in modo da rendere visibile il punto di salvataggio anche dall’acqua. Il pannello ha anche la funzione di sostegno di un salvagente e sagola da 30 metri, con caratteristiche definite per tale uso, da utilizzare in caso di necessità direttamente dalla sponda .
La scaletta verrà posizionata con ancoraggi idonei in modo da assicurare un carico di 300 kg oltre la componente data dalla velocità della corrente, senza modificare in alcun modo i muri spondali in quanto gli stessi verranno unicamente coinvolti con la piastra di ancoraggio prevista al piede della scaletta.
La postazione verrà predisposta con la scaletta, il pannello, il salvagente e la sagola di colore rosso.
Nella scelta dei colori si è tenuto conto di due esigenze principali:
- garantire il miglior inserimento ambientale e paesaggistico delle nuove strutture;
- garantire la visibilità delle stesse.
La storia
Negli ultimi 10 anni l’uso del Naviglio Grande si è fortemente modificato andando sempre di più verso una maggiore presenza di utenti che a vario titolo fruiscono di questo ambiente in più modi. Migliaia di persone passeggiano a piedi, percorrono in bicicletta le alzaie, nuotano o navigano sul naviglio e questi fatti che pur sempre erano esistiti oggi si manifestano in maniera crescente e preponderante segnando anche in questo caso quella diversa concezione degli usi e degli ambienti tipici della Contemporaneità. Partendo da questa considerazione diventa indispensabile ragionare su questi nuovi usi e assecondarli dando nuove garanzie di sicurezza. La proposta dei presidi rappresenta perciò il primo, di una serie di elementi che si costRUIRANNO nell’affrontare la sicurezza di questo ambiente. E’ perciò evidente che la sicurezza nel suo complesso si otterrà con la sommatoria di più azioni congiunte (presidi più parapetti più spostamenti del tracciato dell’alzaia, etc).
Il Parco del Ticino iniziò ad interessarsi attivamente di “piste ciclabili” 23 anni fa, periodo in cui iniziò la campagna, allora definita “Isola Ticino”, con la quale fu finalmente applicato il dettato del Piano Territoriale di Coordinamento che prevedeva il divieto d’accesso alle auto nelle zone di Riserva Naturale e sul greto del fiume.
Prima di allora, infatti, i boschi e le spiagge del Ticino erano invasi dalle automobili che venivano parcheggiate sin sul greto del fiume.
Già da allora era chiaro agli amministratori del Parco che una situazione del genere non poteva certamente essere ritenuta confacente ad un’area protetta, né dal punto di vista ambientale (danni alla vegetazione,rumori, rifiuti abbandonati, inquinamento dell’aria) né dal punto di vista fruitivo, dato che si trattava di luoghi (lanche, boschi, prati, sentieri, ecc.) per definizione incompatibili con la presenza di mezzi motorizzati.
L’Isola Ticino fu un’operazione lunga e complessa che richiese molta pazienza e tenacia, soprattutto perché, per ottenere qualche risultato, si rendeva necessaria la collaborazione delle amministrazioni locali per il reperimento di idonee aree a parcheggio, per lo più esterne alle riserve naturali e un’azione di convincimento degli utenti del Ticino ad accettare l’iniziativa.
Sarebbe in ogni modo stato un grave errore di valutazione pensare di allontanare le auto dalle zone più importanti naturalisticamente, senza impostare una politica complessiva e propositiva riguardo all’organizzazione del tempo libero nel Parco del Ticino, territorio che complessivamente coinvolge un bacino di utenza molto vasto, dell’ordine di alcuni milioni di abitanti.
La realizzazione di un sistema di piste ciclabili, lungo i canali o lungo il fiume, che andasse da nord a sud, dal lago Maggiore al Po, sembrò una delle soluzioni ideali da vari punti di vista. Innanzi tutto perché lungo l’80% circa del percorso era già esistente una viabilità secondaria (alzaie e strade consortili), anche se necessitava di opere di regolamentazione ed adeguamento; in secondo luogo perché le strade erano in buona parte di proprietà di enti pubblici (Regione Lombardia, Consorzio Bonifica Villoresi, Enel) e quindi un accordo sulla gestione ciclabile dei percorsi non avrebbe comportato le difficoltà che possono sorgere con le proprietà private; in terzo luogo perché i percorsi si trovavano in una posizione geografica, ambientale e paesaggistica ideale: appena fuori dalle Riserve Naturali e quindi da ambienti fragili e non adatti a forti frequentazioni, ma in ogni caso all’interno di un ambiente ed un paesaggio interessantissimi che nei secoli si erano arricchiti di elementi architettonici di grande fascino e di valore storico. Alle intenzioni seguirono i fatti, e già nel 1992 il Parco, attraverso una convenzione con la Regione Lombardia (poi rinnovata nel 2001 e, in ultimo, nel marzo del 2010), realizzò il primo tratto di pista ciclabile lungo il Naviglio Grande, da Turbigo ad Abbiategrasso, e successivamente, dopo un accordo con il Consorzio Villoresi, lungo un tratto del Naviglio di Bereguardo, da Abbiategrasso sino a Motta Visconti.
Da subito, ci si pose il problema della sicurezza di percorsi che utilizzavano strade alzaie di un canale navigabile ancora attivo e pertanto, a differenza di altri non più classificati navigabili, come il Naviglio Martesana o il Canale Villoresi, non recintabile. Infatti, l’attiraglio delle barche, anche se nel 1992 oramai ne passavano pochissime, necessitava che le corde di trazione non incontrassero ostacoli lungo la sponda; solo in prossimità dei ponti, laddove lo sgancio e riaggancio delle barche costringevano comunque gli operatori alla manovra, era possibile proteggere brevi tratti del canale con modalità tali che la corda di traino della barca potesse scivolare sopra la difesa .
Per affrontare tale problematica, il Parco optò per un regolamento d’uso da rendere noto all’inizio delle piste e quindi ad una segnaletica orizzontale e verticale tali da mettere sul “chi va là” gli utilizzatori dei percorsi.
Poche regole e chiare: non superare i 20 chilometri all’ora, tenere la destra, non utilizzare le piste per usi impropri (cavalli, ad esempio) e soprattutto, in analogia con quanto avviene nelle stazioni ferroviarie e nelle metropolitane, non oltrepassare una linea gialla di sicurezza che delimitava il percorso ciclabile dalla fascia più prossima al canale e più esposta all’acqua.
I costi
Il costo complessivo dei lavori è di 232.021,80 euro. Le postazioni previste sono 90 (per un costo singolo di circa 2.600 euro), di cui 16 sono di competenza comunale: 5 a Cassinetta di Lugagnano, 4 a Robecco sul Naviglio, 2 a Boffalora Ticino, 1 a Bernate Ticino, 2 a Robecchetto con Induno, 2 a Turbigo
lunedì 4 luglio 2011
PARCO AGRICOLO SUD MILANO - La strada del latte e dei formaggi
Parco Agricolo Sud Milano, la strada del Latte e dei Formaggi
Un’infrastruttura alternativa per lo sviluppo sostenibile in vista di Expo 2015
Territorio "Milano è situata in una bella, ricca e fertile pianura, tra due mirabili fiumi, Ticino e Adda".
Così Bonvesin De la Riva nel suo "Le meraviglie della città di Milano", scritto nel 1288, descriveva il capoluogo lombardo citando i prodotti della campagna milanese: cereali, legumi, frutta, ortaggi.
Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso Milano e la sua terra erano una cosa sola e il legame dei milanesi con l'agricoltura del loro territorio era strettissimo. In seguito questo rapporto è cambiato; città e campagna circostante si sono allontanate anche per la crescita esponenziale dell’attività industriale, delle periferie e in virtù di un modello di sviluppo che vedeva nell’agricoltura il passato e solo nell’industria il futuro.
La crisi economica dell’era post-industriale che stiamo vivendo ci fa assistere oggi a un’inversione di tendenza. L’economia, la società e i singoli cittadini tornano a guardare con interesse all'agricoltura, riconoscendone i ruoli strategici: produzione di cibo e risorsa economica, garanzia di salute e, oggi, anche conservazione del territorio, del paesaggio e dell’identità culturale.
L’agricoltura è di fatto la più antica e fondamentale attività economica a disposizione dell’uomo; imprescindibile per la sua sopravvivenza e non a caso definita “primo settore”.
La Lombardia, prima regione agricola d'Italia e seconda d’Europa, e Milano, secondo comune agricolo d’Italia grazie agli oltre 4 mila ettari di territorio comunale coltivato, non possono non essere protagonisti di questa rinnovata attenzione verso l’agricoltura .
Il FAI - Fondo Ambiente Italiano ha deciso di farsi portavoce di questo ritrovato interesse puntando ora i riflettori sul Parco Agricolo Sud Milano, cintura verde metropolitana tra le più estese d’Europa, straordinaria area agricola a vocazione naturalistica con i suoi 47.000 ettari (470milioni di mq.), ricca di cascine storiche, abbazie millenarie, tenute, mulini, borghi storici intatti: un patrimonio costituito da una realtà produttiva intrecciata con la cultura e la storia del territorio.
Il FAI presenta oggi la ricerca, realizzata grazie a una borsa di studio devoluta da Eni S.p.A., i cui risultati pongono l’accento sui gravi pericoli incombenti sul Parco Agricolo Sud e sul valore strategico dell’agricoltura periurbana e affermano inoltre il ruolo del Parco Agricolo Sud Milano come “modello” europeo di parco agricolo, secondo i principi che ne hanno ispirato l’istituzione.
In vista di Expo 2015, il cui tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è direttamente legato all’agricoltura, il FAI in collaborazione con Expo 2015 S.p.A. e CIA Lombardia - Confederazione Italiana Agricoltori, lancia “La strada del latte e dei formaggi”: un progetto quinquennale che accompagnerà i cittadini con eventi e iniziative dedicate a partire dall’ottobre di quest’anno fino al 2015, in occasione dell’Expo. Un progetto di ampio respiro per valorizzare le attività economiche tipiche della campagna milanese, scegliendo un prodotto “simbolo” dell’agricoltura lombarda quale il latte e il formaggio da esso derivato.
Obiettivo principale è far conoscere ai cittadini quell’immenso patrimonio di natura e cultura che è il Parco Agricolo Sud Milano, attraverso la conoscenza delle sue attività agricole produttive, per riallacciare quel millenario rapporto, oggi in parte interrotto, tra campagna e città.
I milanesi devono riavvicinarsi alle radici agricole della loro città, la cui ricchezza trova origine proprio nella fertile campagna circostante, tant’è che già l’imperatrice d’Austria Maria Teresa d’Asburgo ne aveva riconosciuto le potenzialità.
Ancora una volta il FAI ribadisce che “si difende ciò che si ama e si ama ciò che si conosce”: e questo per il Parco Agricolo Sud Milano è ancora più vero. Ecco perché ha senso parlare di un percorso di conoscenza che FAI, insieme a Expo 2015 S.p.A. e a CIA Lombardia, vuole offrire ai milanesi affinché, diventando consapevoli della ricchezza e dell’identità del loro territorio, ne siano i primi ambasciatori durante l’Expo 2015. Già Carlo Cattaneo esprimeva questa consapevolezza celebrando il paesaggio agricolo lombardo come “frutto del lavoro meticoloso e millenario dell'uomo e dell'intelligenza e sapienza degli agricoltori”.
A ottobre si darà visibilità con due eventi , una sorta di “numero zero”, al progetto “La strada del latte e dei formaggi”, con il supporto di Provincia di Milano e del Parco Agricolo Sud Milano, con il generoso contributo di Intesa Sanpaolo – Agriventure, del Consorzio Grana Padano e Granarolo:
- sabato 1 ottobre in una piazza del centro storico di Milano, con un’iniziativa volta alla sensibilizzazione dei cittadini attraverso la promozione e la degustazione dei formaggi lattiero-caseari con stand e illustrazioni della filiera, per far percepire il legame intrinseco tra i prodotti e il loro territorio, espressione di storia e di cultura che si fondono nel paesaggio lombardo;
- domenica 2 ottobre nel territorio del Parco, con una giornata dedicata alla conoscenza del territorio attraverso percorsi che ruotano intorno ai luoghi della produzione del latte e della sua trasformazione. In programma anche visite guidate ai beni di interesse storico-artistico, cascine aperte con visita alle stalle, degustazioni e possibilità di acquisto di prodotti tipici, percorsi pedonali e ciclabili per tutte le età.
A testimonianza che “il bello” e “il buono” devono andare di pari passo: la bellezza del paesaggio rurale lombardo si esprime anche attraverso la bontà dei suoi prodotti, che garantiscono a loro volta la sopravvivenza del paesaggio stesso.
Il FAI è certo che la qualità dell’agricoltura periurbana è uno dei cardini per lo sviluppo sostenibile dell’area metropolitana milanese. E che la ricostruzione di un rapporto tra città e campagna è fondamentale per i vantaggi che può portare a tutta la società: l’agricoltura è infatti una necessità primaria, garante della sicurezza alimentare. Ma è anche un formidabile produttore di beni pubblici come la salvaguardia ambientale, il presidio del territorio, la tutela delle risorse naturali (l’acqua, la terra), nonché un indispensabile contesto naturale per un turismo culturale di qualità che possa anche essere veicolo di sviluppo economico e di ricchezza collettiva.
Un’infrastruttura alternativa per lo sviluppo sostenibile in vista di Expo 2015
Territorio "Milano è situata in una bella, ricca e fertile pianura, tra due mirabili fiumi, Ticino e Adda".
Così Bonvesin De la Riva nel suo "Le meraviglie della città di Milano", scritto nel 1288, descriveva il capoluogo lombardo citando i prodotti della campagna milanese: cereali, legumi, frutta, ortaggi.
Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso Milano e la sua terra erano una cosa sola e il legame dei milanesi con l'agricoltura del loro territorio era strettissimo. In seguito questo rapporto è cambiato; città e campagna circostante si sono allontanate anche per la crescita esponenziale dell’attività industriale, delle periferie e in virtù di un modello di sviluppo che vedeva nell’agricoltura il passato e solo nell’industria il futuro.
La crisi economica dell’era post-industriale che stiamo vivendo ci fa assistere oggi a un’inversione di tendenza. L’economia, la società e i singoli cittadini tornano a guardare con interesse all'agricoltura, riconoscendone i ruoli strategici: produzione di cibo e risorsa economica, garanzia di salute e, oggi, anche conservazione del territorio, del paesaggio e dell’identità culturale.
L’agricoltura è di fatto la più antica e fondamentale attività economica a disposizione dell’uomo; imprescindibile per la sua sopravvivenza e non a caso definita “primo settore”.
La Lombardia, prima regione agricola d'Italia e seconda d’Europa, e Milano, secondo comune agricolo d’Italia grazie agli oltre 4 mila ettari di territorio comunale coltivato, non possono non essere protagonisti di questa rinnovata attenzione verso l’agricoltura .
Il FAI - Fondo Ambiente Italiano ha deciso di farsi portavoce di questo ritrovato interesse puntando ora i riflettori sul Parco Agricolo Sud Milano, cintura verde metropolitana tra le più estese d’Europa, straordinaria area agricola a vocazione naturalistica con i suoi 47.000 ettari (470milioni di mq.), ricca di cascine storiche, abbazie millenarie, tenute, mulini, borghi storici intatti: un patrimonio costituito da una realtà produttiva intrecciata con la cultura e la storia del territorio.
Il FAI presenta oggi la ricerca, realizzata grazie a una borsa di studio devoluta da Eni S.p.A., i cui risultati pongono l’accento sui gravi pericoli incombenti sul Parco Agricolo Sud e sul valore strategico dell’agricoltura periurbana e affermano inoltre il ruolo del Parco Agricolo Sud Milano come “modello” europeo di parco agricolo, secondo i principi che ne hanno ispirato l’istituzione.
In vista di Expo 2015, il cui tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è direttamente legato all’agricoltura, il FAI in collaborazione con Expo 2015 S.p.A. e CIA Lombardia - Confederazione Italiana Agricoltori, lancia “La strada del latte e dei formaggi”: un progetto quinquennale che accompagnerà i cittadini con eventi e iniziative dedicate a partire dall’ottobre di quest’anno fino al 2015, in occasione dell’Expo. Un progetto di ampio respiro per valorizzare le attività economiche tipiche della campagna milanese, scegliendo un prodotto “simbolo” dell’agricoltura lombarda quale il latte e il formaggio da esso derivato.
Obiettivo principale è far conoscere ai cittadini quell’immenso patrimonio di natura e cultura che è il Parco Agricolo Sud Milano, attraverso la conoscenza delle sue attività agricole produttive, per riallacciare quel millenario rapporto, oggi in parte interrotto, tra campagna e città.
I milanesi devono riavvicinarsi alle radici agricole della loro città, la cui ricchezza trova origine proprio nella fertile campagna circostante, tant’è che già l’imperatrice d’Austria Maria Teresa d’Asburgo ne aveva riconosciuto le potenzialità.
Ancora una volta il FAI ribadisce che “si difende ciò che si ama e si ama ciò che si conosce”: e questo per il Parco Agricolo Sud Milano è ancora più vero. Ecco perché ha senso parlare di un percorso di conoscenza che FAI, insieme a Expo 2015 S.p.A. e a CIA Lombardia, vuole offrire ai milanesi affinché, diventando consapevoli della ricchezza e dell’identità del loro territorio, ne siano i primi ambasciatori durante l’Expo 2015. Già Carlo Cattaneo esprimeva questa consapevolezza celebrando il paesaggio agricolo lombardo come “frutto del lavoro meticoloso e millenario dell'uomo e dell'intelligenza e sapienza degli agricoltori”.
A ottobre si darà visibilità con due eventi , una sorta di “numero zero”, al progetto “La strada del latte e dei formaggi”, con il supporto di Provincia di Milano e del Parco Agricolo Sud Milano, con il generoso contributo di Intesa Sanpaolo – Agriventure, del Consorzio Grana Padano e Granarolo:
- sabato 1 ottobre in una piazza del centro storico di Milano, con un’iniziativa volta alla sensibilizzazione dei cittadini attraverso la promozione e la degustazione dei formaggi lattiero-caseari con stand e illustrazioni della filiera, per far percepire il legame intrinseco tra i prodotti e il loro territorio, espressione di storia e di cultura che si fondono nel paesaggio lombardo;
- domenica 2 ottobre nel territorio del Parco, con una giornata dedicata alla conoscenza del territorio attraverso percorsi che ruotano intorno ai luoghi della produzione del latte e della sua trasformazione. In programma anche visite guidate ai beni di interesse storico-artistico, cascine aperte con visita alle stalle, degustazioni e possibilità di acquisto di prodotti tipici, percorsi pedonali e ciclabili per tutte le età.
A testimonianza che “il bello” e “il buono” devono andare di pari passo: la bellezza del paesaggio rurale lombardo si esprime anche attraverso la bontà dei suoi prodotti, che garantiscono a loro volta la sopravvivenza del paesaggio stesso.
Il FAI è certo che la qualità dell’agricoltura periurbana è uno dei cardini per lo sviluppo sostenibile dell’area metropolitana milanese. E che la ricostruzione di un rapporto tra città e campagna è fondamentale per i vantaggi che può portare a tutta la società: l’agricoltura è infatti una necessità primaria, garante della sicurezza alimentare. Ma è anche un formidabile produttore di beni pubblici come la salvaguardia ambientale, il presidio del territorio, la tutela delle risorse naturali (l’acqua, la terra), nonché un indispensabile contesto naturale per un turismo culturale di qualità che possa anche essere veicolo di sviluppo economico e di ricchezza collettiva.
domenica 3 luglio 2011
COME DOMARE UNA DISCESA IN MOUNTAIN BIKE
COME DOMARE UNA DISCESA IN MOUTAIN BIKE
Il timore che preoccupa di più un biker alle prime armi è come domare una discesa. La paura di cadere e di farsi male ci fermano davanti ai sentieri che puntano verso il basso. Con alcuni accorgimenti e un pizzico di coraggio si può affrontare una discesa nel modo più opportuno.
REGOLAZIONE DELLA BIKE
Avete mai pensato che forse la vostra bike non è adatta alle vostre caratteristiche fisiche o più semplicemente non è settata nella maniera corretta? Il primo aspetto da affrontare è proprio quello della regolazione della mtb. E’ un passaggio fondamentale per la propria sicurezza e una giusta posizione ci permette di muoverci più liberamente sulla nostra mtb senza ostacoli che potrebbero non solo causare problemi alle articolazioni, ma metterci in difficolta nei momenti impegnativi come le discese. Ci sono poche cose da controllare, ma molte volte vengono trascurate.
-Altezza della sella: a differenza della bici da corsa , sulla mtb non si assume una posizione statica, ma si ha la necessità di spostarsi continuamente e una sbagliata regolazione dell’altezza della sella può essere da ostacolo ed essere un pericolo
-Inclinazione della sella: per assumere una posizione rilassata comoda in modo da assorbire in maniera proporzionata tutte le asperità e le sollecitazioni del terreno lungo tutta la colonna vertebrale occorre mettere la sella perfettamente in bolla.
-Le mani sul manubrio: impugnando il lato più estremo del manubrio bisogna poter raggiungere le leve dei freni e del cambio senza dover spostare le mani per azionarle. Più il manubrio è stretto più si avvicina al punto di sterzo, più la guida dovrà risultare precisa, perché qualsiasi movimento, anche il più sensibile andrà ad incidere sullo sterzo. Più ci si allontana dal punto di sterzo, meno la guida diventa precisa e di conseguenza offre maggiore possibilità di correggere la traiettoria. Il manubrio perciò va utilizzato in tutta la sua larghezza.
-Le leve dei freni: per azionare le leve dei freni è consigliato l’uso di un solo dito, (questo per freni a disco ) basta una leggera pressione sulle leve per ottenere un’azione frenante. Questa azione permette di avere almeno tre dita sul manubrio, inoltre il pollice deve sempre avvolgere la manopola per evitare che un urto improvviso faccia scivolare le mani.
-Inclinazione dei comandi: le leve dei freni vanno regolate in modo che si formi sempre una linea retta tra le articolazioni del polso e l’avambraccio sia per una maggiore scioltezza del polso, sia per evitare inutili e dannosi carichi di lavoro sulle articolazioni.
LA REGOLA FONDAMENTALE
Una regola importantissima e fondamentale da ricordare e non dimenticare durante una discesa è quella di guardare sempre avanti . Il nostro sguardo la maggior parte delle volte è troppo vicino alla ruota, questo ti fa perdere le informazioni che vengono trasmesse dalla strada che devi ancora percorrere e ci costringe a prendere decisioni all’ultimo momento e in molti casi risultano sbagliate, naturalmente più aumenta la velocità più diminuisce il tempo di decisione quindi aumenta il margine d’errore. Allora cosa fare? Semplice (a parole!!) lo sguardo deve stare un paio di metri davanti a noi in modo che il nostro cervello possa immagazzinare tutte le informazioni necessarie (curve, massi sporgenti, radici e altro) trasmettendole al corpo che si muoverà di conseguenza avendo tutto il tempo per reagire.
LA POSIZIONE IN DISCESA
La bike è uno strumento che va usato con molta scioltezza e che, quindi ci deve permettere assoluta libertà di movimento. Quando si è su un falso piano o in velocità o c’è un minimo di discesa, la posizione cambia, non sarò più seduto, ma in piedi sui pedali. Le braccia e le ginocchia saranno leggermente flesse e i piedi paralleli. E’ praticamente impossibile affrontare una discesa ripida in fuori strada rimanendo seduti sulla sella, perché la caduta sarebbe pressoché inevitabile. La forte pendenza , fa aumentare l’incidenza del peso del corpo verso valle a causa della forza di gravità. Per compensare questo squilibrio è necessario portare il peso del corpo indietro. Più la discesa si farà ripida più verrà accentuata questa posizione sfiorando la sella con l’addome fino quasi a toccare con il sedere la ruota posteriore. Nonostante la posizione sia abbastanza scomoda, le braccia dovranno essere rilassate, le gambe leggermente flesse, morbide e mobili. In questo modo le articolazioni non subiranno traumi causati dai colpi causati dalle asperità del terreno e avremo sempre il controllo della nostra mountain bike.
IMPARIAMO A FRENARE
Frenare troppo è altrettanto pericoloso che non sapere guidare la bike o guardare nella direzione sbagliata. Purtroppo anche in questo caso, spesso, la paura prende il sopravvento e si pensa, erroneamente, che attaccandosi con tutta la nostra forza alle leve dei freni ci fermeremo e non cadremo. Niente di più sbagliato, anche i freni vanno usati con coscienza. Il freno più importante in discesa è sicuramente quello anteriore. Su discese molto ripide può incidere fino all’80% contro un 20% di quello posteriore. E’ il freno anteriore che permette di fermarsi, quello posteriore regola la frenata. Per ottenere il massimo controllo della frenata è dunque necessario saperla modulare. E come si fa? Avvicinando i pattini ai cerchi o le pastiglie freno ai dischi fino a sentire l’azione frenante e poi aumentare o diminuire la pressione delle dita con movimenti millimetrici. Tirando e rilasciando bruscamente le leve dei freni si perde il controllo dell’avantreno e si rischia di bloccare la ruota posteriore con spazi di frenata più lunghi. In curva bisogna frenare prima di essa per impostare la traiettoria e quindi uscire pronti per quella successiva o per l’ostacolo. Se si frena all’ultimo momento o nel bel mezzo della curva si rischia di perdere il controllo della bici e si esce più lenti con una traiettoria sbagliata e in ritardo rispetto al successivo ostacolo da superare.
Il timore che preoccupa di più un biker alle prime armi è come domare una discesa. La paura di cadere e di farsi male ci fermano davanti ai sentieri che puntano verso il basso. Con alcuni accorgimenti e un pizzico di coraggio si può affrontare una discesa nel modo più opportuno.
REGOLAZIONE DELLA BIKE
Avete mai pensato che forse la vostra bike non è adatta alle vostre caratteristiche fisiche o più semplicemente non è settata nella maniera corretta? Il primo aspetto da affrontare è proprio quello della regolazione della mtb. E’ un passaggio fondamentale per la propria sicurezza e una giusta posizione ci permette di muoverci più liberamente sulla nostra mtb senza ostacoli che potrebbero non solo causare problemi alle articolazioni, ma metterci in difficolta nei momenti impegnativi come le discese. Ci sono poche cose da controllare, ma molte volte vengono trascurate.
-Altezza della sella: a differenza della bici da corsa , sulla mtb non si assume una posizione statica, ma si ha la necessità di spostarsi continuamente e una sbagliata regolazione dell’altezza della sella può essere da ostacolo ed essere un pericolo
-Inclinazione della sella: per assumere una posizione rilassata comoda in modo da assorbire in maniera proporzionata tutte le asperità e le sollecitazioni del terreno lungo tutta la colonna vertebrale occorre mettere la sella perfettamente in bolla.
-Le mani sul manubrio: impugnando il lato più estremo del manubrio bisogna poter raggiungere le leve dei freni e del cambio senza dover spostare le mani per azionarle. Più il manubrio è stretto più si avvicina al punto di sterzo, più la guida dovrà risultare precisa, perché qualsiasi movimento, anche il più sensibile andrà ad incidere sullo sterzo. Più ci si allontana dal punto di sterzo, meno la guida diventa precisa e di conseguenza offre maggiore possibilità di correggere la traiettoria. Il manubrio perciò va utilizzato in tutta la sua larghezza.
-Le leve dei freni: per azionare le leve dei freni è consigliato l’uso di un solo dito, (questo per freni a disco ) basta una leggera pressione sulle leve per ottenere un’azione frenante. Questa azione permette di avere almeno tre dita sul manubrio, inoltre il pollice deve sempre avvolgere la manopola per evitare che un urto improvviso faccia scivolare le mani.
-Inclinazione dei comandi: le leve dei freni vanno regolate in modo che si formi sempre una linea retta tra le articolazioni del polso e l’avambraccio sia per una maggiore scioltezza del polso, sia per evitare inutili e dannosi carichi di lavoro sulle articolazioni.
LA REGOLA FONDAMENTALE
Una regola importantissima e fondamentale da ricordare e non dimenticare durante una discesa è quella di guardare sempre avanti . Il nostro sguardo la maggior parte delle volte è troppo vicino alla ruota, questo ti fa perdere le informazioni che vengono trasmesse dalla strada che devi ancora percorrere e ci costringe a prendere decisioni all’ultimo momento e in molti casi risultano sbagliate, naturalmente più aumenta la velocità più diminuisce il tempo di decisione quindi aumenta il margine d’errore. Allora cosa fare? Semplice (a parole!!) lo sguardo deve stare un paio di metri davanti a noi in modo che il nostro cervello possa immagazzinare tutte le informazioni necessarie (curve, massi sporgenti, radici e altro) trasmettendole al corpo che si muoverà di conseguenza avendo tutto il tempo per reagire.
LA POSIZIONE IN DISCESA
La bike è uno strumento che va usato con molta scioltezza e che, quindi ci deve permettere assoluta libertà di movimento. Quando si è su un falso piano o in velocità o c’è un minimo di discesa, la posizione cambia, non sarò più seduto, ma in piedi sui pedali. Le braccia e le ginocchia saranno leggermente flesse e i piedi paralleli. E’ praticamente impossibile affrontare una discesa ripida in fuori strada rimanendo seduti sulla sella, perché la caduta sarebbe pressoché inevitabile. La forte pendenza , fa aumentare l’incidenza del peso del corpo verso valle a causa della forza di gravità. Per compensare questo squilibrio è necessario portare il peso del corpo indietro. Più la discesa si farà ripida più verrà accentuata questa posizione sfiorando la sella con l’addome fino quasi a toccare con il sedere la ruota posteriore. Nonostante la posizione sia abbastanza scomoda, le braccia dovranno essere rilassate, le gambe leggermente flesse, morbide e mobili. In questo modo le articolazioni non subiranno traumi causati dai colpi causati dalle asperità del terreno e avremo sempre il controllo della nostra mountain bike.
IMPARIAMO A FRENARE
Frenare troppo è altrettanto pericoloso che non sapere guidare la bike o guardare nella direzione sbagliata. Purtroppo anche in questo caso, spesso, la paura prende il sopravvento e si pensa, erroneamente, che attaccandosi con tutta la nostra forza alle leve dei freni ci fermeremo e non cadremo. Niente di più sbagliato, anche i freni vanno usati con coscienza. Il freno più importante in discesa è sicuramente quello anteriore. Su discese molto ripide può incidere fino all’80% contro un 20% di quello posteriore. E’ il freno anteriore che permette di fermarsi, quello posteriore regola la frenata. Per ottenere il massimo controllo della frenata è dunque necessario saperla modulare. E come si fa? Avvicinando i pattini ai cerchi o le pastiglie freno ai dischi fino a sentire l’azione frenante e poi aumentare o diminuire la pressione delle dita con movimenti millimetrici. Tirando e rilasciando bruscamente le leve dei freni si perde il controllo dell’avantreno e si rischia di bloccare la ruota posteriore con spazi di frenata più lunghi. In curva bisogna frenare prima di essa per impostare la traiettoria e quindi uscire pronti per quella successiva o per l’ostacolo. Se si frena all’ultimo momento o nel bel mezzo della curva si rischia di perdere il controllo della bici e si esce più lenti con una traiettoria sbagliata e in ritardo rispetto al successivo ostacolo da superare.
martedì 25 gennaio 2011
PARCO AGRICOLO SUD MILANO
Parco Agricolo Sud Milano
Il Parco Agricolo Sud Milano si estende a semicerchio lungo tutta la fascia meridionale della provincia di Milano. La sua più grande peculiarità è la ricchezza d´acqua. E´ attraversato dall´Adda e dai due fiumi milanesi Olona e Lambro, oltre a fiumi e corsi d´acqua storici Vettabia, Ticinello, Addetta, Muzza; infine dai navigli Grande e Pavese. Questo esteso patrimonio di acqua viene utilizzato per l´irrigazione su tutto il territorio attraverso una rete di cavi e rogge.
L´intera area del Parco, inoltre, corrisponde con la fascia delle sorgenti e dei fontanili ancora attivi (sorgenti naturali che l´uomo ha adattato per l´irrigazione delle campagne), zone per le quali sono state istituite aree protette, (leSorgenti della Muzzetta di Rodano e Settala, ilFontanile nuovo di Bareggio) risorse idriche preziose per l´agricoltura e che determinano interessanti ecosistemi. Fin dall´Ottocento schiere di agronomi stranieri si recavano qui per studiare ed esportare le avanzatissime tecniche agrarie della zona. Fra queste la più tipica e singolare è la marcita, ovvero la consuetudine di fare scorrere di rontinuo sui prati un velo di acqua a temperatura costante. In questo modo è possibile la crescita dell´erba da destinare a foraggio, anche nei mesi invernali arrivanto nel corso dell´anno fino a sei, sette tagli. Si tratta di un patrimonio di sapienza agricola che il parco vuole mantenere e valorizzare anche attraverso l´incentivazione delle coltivazioni biologiche e la ricomposizione del classico paesaggio padano di pianura.
Il parto Sud Milano, è definito parco agricolo proprio in quanto, all´atto della sua costituzione, è stato riservato un posto di primo piano alla salvaguardia ed al sostegno delle attività agricole che, con la loro presenza, contribuiscono alla conservazione di molta parte di suolo libero, sottratto alla cementificazione.
Nel Parco ci sono 1.400 aziende agricole. L´attività principale è l´allevamento di bovini e suini con 305 allevamenti. La coltura più diffusa e è quella dei cereali (43%), seguono il riso (22%) ed il prato (16%). Sono presenti inoltre colture di girasole e soia, orti e vivai.
La superficie coltivata è la più estesa, ma l´ambiente naturale è connotato dalla presenza di aree boscate (Cusago, Riazzolo, Corbetta, Carengione) parchi (dell´Addetta, dell´Idroscalo, di Trenno, di Trenzanesio il Fontanile Laghetto o parco Arcadia) ed oasi naturalistiche (Lacchiarella).
Dal punto di vista della presenza storica, tutta la zona è ricca di testimonianze d´arte: luoghi archeologici (come la necropoli della Scanna, con l´annessa cascina che probabilmente celano resti archeologici risalenti alletà romana e longobarda; luoghi di culto (tra cui emergono leabbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone); palazzi e castelli (i castelli viscontei di Binasco, Cusago e Melegnano Cassino Scanasio (XIV sec.), Locate e Peschiera (XV), Buccinasco e Macconago (XVI), Rocca Brivio (XVII))
Ma le opere di antropizzazione più tipiche dell´area sono quelle legate all´agricoltura come i complessi agricoli fortificati, e i nuclei rurali di cascina, le tipiche cascine a corte del milanese. Le cascine sono state, a partire dal Cinquecento sino ai primi anni Cinquanta del Novecento, i luoghi della produzione agricola e i luoghi di abitazione dei conduttori dell´azienda e diecine di famiglie che comprendono i salariati fissi ed i lavoranti avventizi. Sin dall´origine è stata il mondo chiuso dell´auto-sopravvivenza e, al suo interno, ci sono le stalle, i magazzini, i depositi per le macchine da lavoro; vi trovano posto i locali per il fabbro, il maniscalco, il falegname, il mulino ed i fienili. Nella cascina si producono gli abiti per tutti, i prodotti caseari ed il pane. Vi sono gli orti sia per il padrone che per i salariati ed il frutteto. Può essere divisa in più corti e, al centro della corte grande, vi è l´aia.
giovedì 7 ottobre 2010
STORIA DELLA MOUNTAIN BIKE

La bicicletta da montagna nasce in California negli Stati Uniti verso la fine degli anni sessanta. All’inizio le mountain bike non erano altro che robuste biciclette modificate in modo da poter sopportare le sollecitazioni di escursioni fuoristrada, ed erano probabilmente utilizzate da gruppi hippies in cerca di spazi incontaminati. Il primo serio sviluppo alle MTB fu dato da Gary Fisher, Tom Ritchey e Joe Breeze che modificarono la geometria del telaio, lo resero più leggero ed introdussero un cambio di velocità specifico. Il fenomeno mountain bike dilagò in tutti gli Stati Uniti e più tardi, negli anni ottanta in Europa. In Italia, quando molti snobbavano le MTB, la ditta Cinelli, con buona intuizione, lanciò sul mercato il modello Rampichino. Da allora (1985) fino alla fine del secolo le vendite di MTB si incrementarono al punto da superare la quota di due terzi del mercato. La cultura della mountain bike e dei suoi appassionati si è sviluppata intorno a valori come l’amore per la natura e gli ambienti incontaminati, ma anche le forti emozioni. Oggi le mountain bike vengono costruite in numerosissime versioni e sono diffusissime anche in città. Sono assai diverse dai primi modelli e hanno ora anche forcelle (o l’intera struttura) ammortizzate e freni a disco.
TIPI DI MOUNTAIN BIKE:
Le MTB si possono classificare in base al telaio e alle sospensioni:
front suspended o hardtail (ovvero con forcella ammortizzata anteriore)
full suspended o biammortizzate (con forcella ammortizzata anteriore e sistema ammortizzante posteriore integrato nel telaio)
rigide (senza sospensioni)
MTB DA CROSS COUNTRY E DA MARATHON:
È una MTB progettata per gare di cross country o per piacevoli escursioni non troppo lunghe, telaio front suspended (o addirittura rigido per una maggiore reattività, in questo caso sono necessarie buone doti soprattutto nei tratti particolarmente tecnici che contraddistinguono questa disciplina). Il telaio in genere è in alluminio e/o carbonio (più raramente acciaio o titanio), freni di tipo v-brake o a disco (sia in acciaio che in alluminio: questi ultimi sono più leggeri e delicati) con dimensioni dei rotori intorno ai 160 millimetri di diametro, forcella con 80-100 millimetri di escursione e ha un peso molto contenuto (dai 9 ai 12 chili). Negli ultimi anni sono in via di diffusione telai full-suspended anche per le competizioni di cross country e marathon (si tratta di tipologie di gare differenti tra di loro, il cross country è molto più tecnico, mentre le marathon si sviluppano su lunghezze non inferiori ai 60 chilometri), caratterizzati da escursioni posteriori limitate (75-100 millimetri) e un peso comunque contenuto (sugli 11-12 chili) e da schemi di sospensioni volti a limitare al massimo il movimento dell’ammortizzatore in fase di pedalata.
Per questa categoria di MTB si è sviluppato il settore del TUNING : sostituzione di parti alleggerite o modifica delle originali in modo da risparmiare peso. Partendo da una bici di serie si riesce a scendere di oltre 1,5 kg con interventi mirati al “dimagrimento”.Nei modelli che si pedaleranno nel 2008 una front suspended potrà essere da 8 kg e una full suspended poco superiore ai 9 kg , con un esborso di oltre 5000 euro per avere tali modelli.La “bibbia” italiana del settore viene scritta e continuamente “alleggerita” da Marco Monticone e i suoi collaboratori su www.light-bikes.it
MTB DA FREERIDE :
Sono MTB che puntano tutto sulla guidabilità e sulla robustezza. In genere i telai sono full suspended con escursioni di forcella e sospensione molto ampie (oltre i 170 mm) e con freni a disco di dimensioni maggiorate (anche sopra i 200 mm).Il termine MTB da freeride è molto generico. Esistono mtb da freeride, freeride leggero, freeride pesante, freeride estremo, che differiscono tra loro per la robustezza, capacità di andare in salita, peso (da 14 a oltre 20 kg per i modelli da freeride estremo)Il mountain bike freeride spesso prevede la risalita con mezzi motorizzati o con impianti di risalita. Nel caso si pedali per arrivare all’inizio del trail si parla di freeride pedalato.C’è da fare una distinzione fra il freerider, che può essere uno che pratica l’enduro, l’all mountain o il freeride con mezzi di risalita, e il freeride come categoria di bici.
MTB DA DOWNHILL:
Tipo di mountain bike utilizzata nelle competizioni di downhill, gare ciclistiche svolte esclusivamente su tracciati in discesa. Al contrario di quanto si pensa, anche in queste biciclette si tende a ridurre il peso montando componenti più leggeri rispetto a quelli da freeride, per incrementare le prestazioni in gara. I pesi oscillano dai 16 ai 25kg. Queste biciclette sono molto resistenti perché devono resistere alle fortissime sollecitazioni dei salti e degli oggetti che si possono trovare durante il tracciato. È consigliabile prima di cimentarsi in questo sport di imparare prima a utilizzare la bici in discese facili a man mano aumentare di difficoltà dato che questo sport ha bisogno di molta tecnica e allo stesso tempo un buona preparazione atletica. I telai sono full suspended con escursioni di forcella e sospensione molto ampie (oltre i 200 mm) e con freni a disco di dimensioni maggiorate (anche sopra i 200 mm).
domenica 19 settembre 2010
VIAGGIO IN RUSSIA IN MOUNTAIN BIKE

RITORNO SULLA VIA DELLA VITA
di Maurizio Gedda
Fu aperta dai russi per sopravvivere durante il tragico assedio che le truppe naziste strinsero intorno alla città di Leningrado per 28, lunghi, eterni, mesi provocando 630.000 vittime. Grazie a questa ‘strada’ tracciata sulla superficie del Ladoga solidificata dal gelo gli abitanti della città assediata riuscivano a rifornirsi, alcuni a fuggire, a manternersi aperta una via verso la speranza di sopravvivere. Con quest’impresa in solitaria voglio rendere un mio piccolo, personale omaggio alla memoria di donne e uomini eccezionali che con grande coraggio seppero resistere al martellare dell’artiglieria tedesca.
Diario di viaggio.....
.......Stipati come sardine all’interno di un fuoristrada Uaz, cinque persone piú il materiale, domenica 15 febbraio partiamo da San Pietroburgo per raggiungere Vlidiza, punto di partenza per l’attraversamento del grande lago ghiacciato Ladoga la cui superficie è circa trenta volte quella del lago Maggiore. È da tempo che penso a quest’impresa e l’ho progettata in ogni dettaglio anche se poi, nel compierla, mi dovrò rendere conto che la realtà quotidiana russa sfugge veramente a ogni previsione. Viaggiando verso Vlidiza mi accorgo che ai bordi delle strade ci sono numerose persone, soprattutto donne, che vendono prodotti agli automobilisti: chiedo all’autista di accostare vicino a una di queste donne e cosí scopro che vendono carta igienica. Nella zona ci sono fabbriche di carta igienica che pagano lo stipendio ai dipendenti in rubli e in prodotti che vengono rivenduti per recuperare qualche soldo. È il primo segnale, credo, della realtà che andrò a conoscere: una realtà dura nella quale vivere è davvero difficile. Qui la gente è davvero corazzata per resistere sia alla natura sia a un’organizzazione socio-economica al limite della sopravvivenza. La sopravvivenza è una costante connaturata in queste persone che sono comunque splendide: del resto, è per ripercorrere una pagina della loro storia (divenuta leggendaria e simbolica) che sono qui. La mia impresa consiste nel ripercorrere in solitaria, in mountain bike, la ‘via della vita’ sino alla città di Kobona. La ‘via della vita’ venne costruita dai russi per sopravvivere durante il tragico assedio che le truppe naziste strinsero intorno alla città di Leningrado (denominazione che prese San Pietroburgo dal 1924 al ’91) per 28, lunghi, eterni, mesi dal luglio del 1941 provocando 630.000 vittime. Attraverso questa ‘via della vita’ tracciata sul lago ghiacciato gli abitanti della città assediata riuscivano a rifornirsi, alcuni a fuggire, a manternersi aperta una via verso la speranza di sopravvivere. Con quest’impresa in solitaria voglio rendere un mio piccolo, personale omaggio alla memoria di questi uomini eccezionali che con grande coraggio hanno saputo resistere al martellare dell’artiglieria tedesca. Sono trascorsi cinquantacinque anni da quella follia ma mi sembra che intorno a me palpiti ancora lo spirito indomito di quella gente straordinaria. Mentre mi avvicino a Vlidiza sono ancora convinto, sulla base della documentazione raccolta in Occidente, che la ‘via della vita’ attraversi l’intero lago Ladoga mentre, in realtà, il percorso storico parte da Kobona e, oltre il golfo di Busta Petrocrepost, arriva a Kokorievo da dove i russi, su ferrovia, giungevano a Leningrado (San Pietroburgo) e viceversa. In tutto 40 chilometri: io ne percorrerò invece circa 350.
Domenica 15 febbraio alle ore 9 parto dall’albergo di Vlidiza e, con un autobus ormai rodotto a rottame, raggiungo il mio punto di partenza sul lago. La temperatura è -29 gradi e una fitta nevicata rende problematica la partenza in MTB: mi porto comunque al largo dove riesco a procedere a una velocità di 4-5 chilometri orari. La bici si comporta molto bene, cosí come il carretto al traino. Sudo moltissimo: nonostante la bassa temperatura e il freddo pungente. Alle 17.15 raggiungo la riva del lago e monto la tenda: il sudore si raggela ma una volta infilato nel sacco mi sento benissimo. Penso di aver percorso circa 35 km.
Lunedí 16 febbraio. Alle 8 riparto e mi porto al largo dove circa un’ora e mezzo dopo vengo raggiunto dall’assistenza logistica che si muove su motoslitte tenute insieme dal fil di ferro. Sono Stefano Ferrero (il fotografo), Stefano Colombo di Milano e il russo Ghennadi Pilev che si occupano della logistica: battono la pista e rientrano al campo base. Alle 16.30 ci sono segnali inequivocabili dell’arrivo di una bufera: sono a pochi chilometri dall’isola dove ho deciso di pernottare. Vedo il bagliore di un fuoco in lontananza, sulla riva del lago: È il gruppo dell’assistenza che mi segnala la sua presenza ma il fuoco non è sulla mia verticale e non riesco a focalizzare il segnale. Arrivo sull’isola: il vento è fortissimo, la temperatura -40 gradi. Scavo una buca nella neve, dietro a un abete, e mi ficco dentro avvolto nel telo alluminizzato con un equipaggiamento survival. La notte trascorre in mezzo agli incubi.
Martedí 17: alzarsi e uscire dalla buca è tremendo, sono tutto indolenzito, ho i crampi alla gamba sinistra per la disidratazione. Poiché la bufera è passata, decido di montare il campo ma ho una sorpresa: appena fuori l’isola c’è un minuscolo rifugio di emergenza, con tanto di stufa, che diventa la mia casa per recuperare le forze. Decido infatti di stare fermo tutto il giorno per riposarmi dopo la notte insonne. Poco dopo arriva Stefano Ferrero sulla motoslitta: si accerta delle mie condizioni e riparte. Mercoledí 18: la bufera ha spazzato la neve dal ghiaccio e ora il lago è uno specchio sul quale pedalo deciso: in quattro ore macino 35 chilometri. Arrivo a Gumbarum, base di pescatori che si trova all’inizio del parco Ladoga che ho previsto di attraversare per arrivare a Kobona con la scorta del guardaparco. In realtà, una pattuglia di poliziotti mi impedisce di andare avanti: chiedo di parlare con l’ispettore ma mi viene detto che non può raggiungerci dal villaggio perché non c’è benzina per l’auto. Mi arrabbio moltissimo ma mi arrendo. Per andare a Kobona, da dove ha inizio la ‘via della vita’, devo viaggiare sulla superficie di un canale ghiacciato che pochi giorni prima si è aperta inghiottendo un’auto di pescatori. Passo pedalando davanti alle povere case dei pescatori nei pressi dei canali: molti mi invitano a fermarmi e a entrare. Ringrazio e proseguo sinché, stanco, accolgo l’invito di una signora; nella piccola casa vive anche l’anziana madre: mi racconta che i suoi figli lavorano a San Pietroburgo e che suo marito è morto. Mi offre zuppa di cavoli, burro, pane e tè caldo: io mangio mentre mi guarda in silenzio. Parlando, scopro che quello era il suo pasto quotidiano: mi commuovo e le offro alcuni rubli, lei mi benedice. Riprendo a pedalare e penso a quanti nostri alpini, male equipaggiati e male armati, si sono salvati dall’inferno bianco grazie alla solidarietà di questa gente semplice e generosa. Arrivo a Nuova Ladoga.
Giovedí 19: temperatura -27 gradi. Il lago è sempre uno specchio di ghiaccio sul quale pedalo molto velocemente. Poco dopo le cinque mi fermo sulla riva dove monto la tenda e trascorro la notte.
Venerdí 20: Riprendo il cammino sul lago, che è sempre sgombro dalla neve, e in otto ore raggiungo Kobona dove monto il campo nei pressi del villaggio dei pescatori.
Sabato 21: parto da Kobona per Kokorevop, ultima tappa per l’attraversamento del lago. La temperatura è -21: continuo a sudare copiosamente. Per fortuna indosso abiti caldi e protettivi ma traspiranti quanto basta. Ho sete, sono dimagrito, ho perso l’appetito: non ne posso piú di liofilizzati, anche se in queste condizioni non c’è alternativa a questo cibo energetico al massimo e di peso e ingombro minimi. In questa parte del lago incrocio pescatori che viaggiano sul ghiaccio con le loro scassatissime auto Zigulí, tutte rattoppate perché non ci sono pezzi di ricambio e anche la benzina è un bene preziosissimo. Alcuni pescatori si muovono con il buran, una sorta di motoslitta costruita in stile carro armato, oppure con vecchie motociclette che scivolano su camere d’aria gonfiate a dismisura. Mi raccontano che una settimana prima del mio arrivo, nella zona di Yephoe, si è staccata un’enorme banchisa di ghiaccio, almeno 12 chilometri per 2, che ha trascinato via dieci pescatori raggiunti poi a fatica dai soccorsi. Un pescatore è purtroppo morto per ipotermia. La pesca qui è tutto: si gettano le reti per catturare lucci, carpe e altri pesci d’acqua dolce che costituiscono la gran parte del vitto delle famiglie che abitano nella regione. In un mercato ‘spontaneo’, le donne lungo le strade vendono pesce ai rari automobilisti di passaggio. A proposito di automobili: lungo i canali vengo sorpassato dai mezzi dei pescatori lanciati a tutta velocità, spesso senza freni, e questo per me rappresenta un pericolo perché devo stare attento a non essere investito. È una situazione ben strana: al ghiaccio che si muove (e sento gli echi dei forti rombi provocati dallo spezzarsi della banchisa) avevo pensato cosí come al gran freddo, ma davvero non avevo immaginato di dover anche temere le auto che sfrecciano senza regole sul lago. Arrivo a Kokorevo verso le 17: ultimo campo e, per fortuna, ultimi liofilizzati. La traversata del lago è finita.
Lascio Kokorevo domenica 22 febbraio per raggiungere in MTB la città di San Pietroburgo. Sono 40 chilometri e pedalare con le ruote chiodate su un terreno non ghiacciato è davvero un tormento, ma sono felice. Ho coronato un sogno: penso a casa e sono contento. Dedico questa mia avventura a Stefano Ferrero e Stefano Colombo e all’amico Mario Anemone con il quale ho percorso la “via del sale” sulle nostre Alpi. Eppure mi rendo conto che quanto ho vissuto in questi giorni mi è entrato dentro, è un fatto intimo. Le emozioni avute sono solo mie e non è davvero facile condividerle.
Tecnologia...
Per quest’impresa è stata utilizzata una bicicletta MTB Dual Power dell’azienda austriaca Progear Europa con cambio Shimano XTR, telaio in alluminio e due ruote motrici, con il movimento della ruota posteriore trasportato a quello della ruota anteriore attraverso una cinghia di tipo automobilistico, comandata da una frizione posta sul manubrio. Peso totale della bicicletta: 13 chili. Per il trasporto del materiale è stato utilizzato un carrettino in alluminio mod. Yak, fornito dalla Race Ware di Finale Ligure e dotato di uno sci apposito fornito dalla ditta Comelli srl. Il tutto per un peso di 30 chili, attrezzatura e materiale compresi. La tenda utilizzata è una Blizzard della Ferrino ditta che ha fornito anche i materiali tecnici (sacco a pelo, fornello, thermos) che ho sottoposto a vari test di usura. L’abbigliamento tecnico in Gore-tex, windstopper, pile e piumino è stato fornito dalla No Limits® Wear. Berretti e occhiali sono stati forniti dalla Matrix di Torino. Gli alimenti liofilizzati Lyofal sono stati forniti dalla Import Ex Port di Milano mentre gli integratori erano della ditta Officina Alimentare. All’impresa hanno collaborato le ditte DueA ed Elettroveneta di Padova. Ringrazio inoltre il signor Accardo della ditta Gore, la Cicli Mattio di Piasco (Cn) e la palestra Duke di Savigliano (Cn).
...e fisiologia di una pedalata
Il rischio di ipotermia e di congelamento è sempre stato presente e reale soprattutto per gli improvvisi sbalzi di temperatura: da -30 allo zero termico nel giro di poche ore per arrivare ai -40 notturni. Questo provoca delle conseguenze sulla compattezza della superficie ghiacciata (il cui spessore variava sul percorso effettuato dai 5 ai 35 cm), resa spesso impraticabile dalla neve molto farinosa che ha impedito la marcia in MTB, per cui per molti tratti ho dovuto spingere la bicicletta a mano.
Biografia del pedalatore
Maurizio Gedda, nato a Saluzzo nel ’56, è un atleta ben preparato: istruttore della Scuola Italiana di Mountain Bike, Istruttore della Federazione Italiana Survival Sportivo e Sperimentale, accompagnatore di escursioni con racchette da neve, ideatore e protagonista di varie imprese, come l’attraversamento del deserto lavico e del ghiacciaio Vatnajokull in Islanda. Venezuela, tre mesi di naufragio “volontario” nella foresta amazzonica. In collaborazione con No Limits® world è stato l’artefice degli interattivi “Ice ’95” “Snowshoeing ’96” e “TDR ’96” attuato nel 1997, causa rinvio per maltempo. Sportivo multidisciplinare: sci di fondo, paracadutismo, alpinismo, survival, snowshoeing e naturalmente mountain bike. Docente di topografia e tecniche pionieristiche presso la scuola alpina di Mauro Ferraris di Torino. Ideatore e realizzatore, insieme all’amico Mario Anemone, della Via del Sale in mountain bike, per la prima volta dal mar Ligure (Dolceacqua) alla Svizzera (Ginevra) lungo l’arco alpino occidentale. L’impresa di Gedda rientra nei programmi del gruppo Sector No Limits® Team, team del quale è entrato a far parte.
sabato 18 settembre 2010
IN BICI IN NUOVA ZELANDA

In bici in Nuova Zelanda
Niente tour operator, ma piccole agenzie locali in armonia con cultura e territorio.
Agriturismo e sistemazioni rurali selezionate in tutta Italia, ai prezzi migliori.
Riad e sistemazioni tradizionali in Marocco, di tutti i tipi, per tutte le tasche.
Agriturismo e sistemazioni rurali in Francia, dal Mediterraneo alla Bretagna.
Autore:
Maurizio Gavarini
Introduzione
Quando abbiamo manifestato ai nostri amici l'intenzione di fare un viaggio in bicicletta in Nuova Zelanda, i più ci guardavano come dei marziani;il commento più ricorrente era del tipo: perché fin là in fondo dall'altra parte del mondo? Cosa vi spinge a raggiungere quella terra agli antipodi ed a percorrere le sue strade con un mezzo così impegnativo per quei luoghi?
Le risposte che davamo erano molteplici e variegate, dettate comunque da un comune denominatore: scoprire quella terra così lontana e misteriosa con un mezzo che ci metta completamente in sintonia con un ambiente ancora intatto e selvaggio qual è quello della Nuova Zelanda.
Le nostre aspettative sono state completamente soddisfatte, sin dal nostro primo contatto con la terra dei kiwi.
Sì la terra dei kiwi perché è così che si chiamano, confidenzialmente, gli abitanti della Nuova Zelanda; è così che si chiama(per il suo verso) l'uccello notturno più curioso al mondo grande poco più di una gallina;ed è così che si chiama il frutto che qui cresce in abbondanza ed è una grande fonte di reddito per i neozelandesi con le pecore, il pesce e il legname.
Il primo contatto con il kiwi-uomo è avvenuto all'aeroporto di Christchurch, la terza città della N.Z.; un poliziotto della frontiera che ha sbrigato le severe formalità di dogana portava un bracciale nero in segno di lutto per il mancato passaggio alla finale dei campionati del mondo di rugby in corso di svolgimento in Gran Bretagna alla fine di ottobre da parte degli "All " (così vengono chiamati gli All Blacks la famosa nazionale neozelandese di rugby).
Sì gli "All" in N.Z. sono una fede, non c'è casa o pub che non abbia la televisione sintonizzata ad ogni ora del giorno sul canale che trasmette le notizie su questi famosi giocatori di rugby.
Il poliziotto comunque, da buon sportivo, viste le nostre biciclette dopo una rapida controllata alle ruote al fine di non introdurre terra e di conseguenza potenziali germi in terra neozelandese, ci ha congedati con grande cordialità augurandoci buon viaggio.
Il viaggio con la bici in Nuova Zelanda ci ha dato l'occasione di cimentarci per la prima volta con una impresa inconsueta:trovarsi impegnati in situazioni inconsuete ed impensabili, superare i propri limiti e scoprire l'animo selvatico e lo spirito pionieristico che è in noi.
Valli alpine, laghi, giungla e fiordi catturano l'attenzione di qualsiasi viaggiatore;i golfi, le spiagge, i vulcani attivi e i geyser dell'Isola del Nord conducono la nostra mente ad immaginare le sensazione che hanno provato i primi Maori quando giunsero in questa terra dalle lontane isole polinesiane nell'immensità dell'Oceano Pacifico.
Quanta luce c'è ad Aotearoa "l'isola della lunga nuvola bianca", nome con cui i Maori descrivevano questa terra lontana dove il giorno inizia prima che in qualsiasi altro posto.
La leggenda narra che un pescatore polinesiano di nome Kupe, proveniente da Hawaiki, scoprì lo stretto che separa le due isole della Nuova Zelanda mentre inseguiva una piovra gigante.
Tornato in patria, decantò la bellezza di quella terra provocando una migrazione di massa.
Secondo la storia, invece, attorno al 900 d.c. popolazioni Maori provenienti dalla Polinesia orientale sbarcarono sulle coste dell'Isola del Nord: si trattava probabilmente di genti che abitavano gli arcipelaghi corallini di Tonga e Samoa.
Il fascino della Nuova Zelanda è tutto da ricercarsi nel suo ambiente, un viaggio di una grande intensità fisica e interiore, accompagnato da dominanti cromatiche di tutte le tonalità del verde e del blu, colori che rendono questa terra un posto speciale per la vita dell'uomo.
La Nuova Zelanda è oggi una nazione all'avanguardia nella gestione del territorio, ma la scelta ambientalista è avvenuta dopo una radicale trasformazione biogeografia che nell'Ottocento ne ha completamente alterato l'ecosistema.
Oggi la Nuova Zelanda è uno dei paesi con la più alta sensibilità e attenzione verso l'ecologica: la prima legge per la protezione della fauna è del 1882, e dal 1953 l'intera fauna autoctona è protetta.
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Il popolo neozelandese non solo rispetta l'ambiente, ma pratica il trekking, il birdwatching, visita i parchi e ama tutti gli sport estremi come il rafting e il salto con l'elastico dai posti più impensati; ma i kiwi sono anche dei grandi viaggiatori infatti li si può incontrare in qualsiasi parte del mondo.
La nostra esperienza ci ha fatto conoscere delle persone veramente disponibili, aperte, cordiali e ben disposte al dialogo e interessate a conoscere gli usi e costumi del loro interlocutore.
A proposito di questo, ecco un aneddoto capitatoci: arrivati in un paesino disperso tra le montagne del Wanganui National Park, dopo una giornata di bici costantemente sotto la pioggia, fradici, infreddoliti e affamati non trovando alcun posto per passare la notte, una famiglia maori (papa mamma e due bambini), affacciatisi dalla finestra della loro casa vistoci in quelle condizioni, ci ha messo a disposizione un'aula della scuola del paese e rifocillati con della carne di pecora con patate.Il capo famiglia (l'insegnante della scuola) è un uomo enorme ma dolce, con il suo fare curioso ci ha intrattenuto fino a notte tarda con domande che riguardavano la nostra provenienza, il motivo del nostro viaggio, il nostro itinerario e quanto altro.
La considerazione che mi è nata nei giorni successivi a questo incontro è la seguente:
una nazione all'estremo del mondo, circondata dagli oceani e spazzata dai venti non poteva essere abitata che da un popolo amante delle forti emozioni e generoso nei confronti del prossimo.
CONFINI E SUPERFICIE
Situata nell'oceano Pacifico Meridionale a sud-est dell'Australia, la Nuova Zelanda comprende due isole maggiori, la North Island e la South Island e numerose isole minori, tra cui le isole Steward a sud della South Island.
Sono associate alla Nuova Zelanda le isole Cook e l'isola di Niue, mentre le isole di Tokelau ne sono una dipendenza.
Il Governo della Nuova Zelanda rivendica il possesso della Dipendenza di Ross in Antartide.
Il territorio della Nuova Zelanda, che comprende le Antipodes Island, le Isole Auckland, le Bounty Islands, le Campbell, le isole Chatham e le Kermadec Islands si estende su una superficie di 270.990 kmq.
MORFOLOGIA DEL TERRITORIO
Il territorio della N.Z. è prevalentemente montuoso (oltre duecentoventi cime famose che superano i 2280 m.) con vaste regioni pianeggianti.
Le principali catene montuose dell'isola North si trovano sul lato orientale dell'isola.La regione centrosettentrionale è invece occupata da una catena di origine vulcanica, con tre vulcani attivi, il Ruapehu m. 2797, la cima più elevata dell'isola:il Ngauruhoe m. 2291 e il Tongariro m. 1968.
Nell'estremità occidentale dell'isola sorge il monte Egmont m. 2518, vulcano estinto.
La regione del lago Taupo è ricca di sorgenti minerali calde. La principale catena montuosa della South Island detta Alpi Meridionali, si estende per tutta la lunghezza dell'isola, da sud-ovest a nord-est e comprende oltre sette cime che superano i 3048 m.
Il monte Cook m. 3764, la vetta più alta della N.Z., sorge proprio al centro della catena, in cui si trovano numerosi e imponenti ghiacciai. Le uniche aree pianeggianti alquanto estese della South Island sono le pianure di Canterbury Plains a est e quelle del Southland a nord.
La costa è frastagliata da profondi fiordi.
CLIMA
Il clima della Nuova Zelanda è generalmente mite, con escursioni stagionali minime.
L'estremità settentrionale della penisola di Auckland presenta le temperature più elevate, mentre quelle minori si registrano sulle pendici sudoccidentali delle Alpi Meridionali.
Le precipitazioni piovose variano da moderate ad abbondanti, fatta eccezione per una piccola zona nella regione centromeridionale della South Island, superano i 500 mm. all'anno.
Le precipitazioni più abbondanti interessano la costa sudoccidentale della South island.
Le temperature aumentano progressivamente da sud a nord; a Wellington la media di gennaio è di 21°C e quella di 7°C a luglio con una media di precipitazioni di 1245 mm, ad Auckland le temperature medie sono rispettivamente di 22°C e 9°C, con precipitazioni medie di 1790 mm.
ITINERARIO DI VIAGGIO
Christchurch ab. 320.000, capitale della regione del Canterbury è la più popolosa città di South Island e la terza del paese.Fondata nel 1850 da missionari anglicani, è la più inglese fra le città della Nuova Zelanda.Sono lo scorrere tranquillo del fiume Avon e la piacevole zona centrale in cui si concentrano l'università, caffè, il Canterbury Museum e il delizioso Botanic Gardens, a conferire a Christchurch un particolare aspetto molto più inglese di altre città della stessa Inghilterra.
E' da questa accogliente città che inizia la nostra avventura nella terra dei "kiwi".
L'itinerario si è sviluppato seguendo la costa orientale della South Island toccando i paesini agricoli di Waipara, Cheviot e Kaikoura una cittadina adagiata in una baia a ridosso della Kaikoura Peninsula protetta dalle cime, in inverno innevate, delle vicine montagne del Kaikoura Range.
Abitata da oltre mille anni dai maori, Kaikoura diventò nell'Ottocento una base di balenieri e cacciatori di foche; poi l'attività dei suoi abitanti si ridusse alla pesca del "crayfish" (in maori Kaikoura significa appunto mangiare l'astice). Kaikoura è diventata una meta naturalistica, il luogo del mondo dove è facile avvistare il capodoglio, la più grande balena dentata degli oceani.
Lasciata Kaikoura, la strada con i suoi numerosi saliscendi ci conduce al paesino di Ward, piccolo centro abbarbicato tra dolci colline sulle quali pendici pascolano indisturbate pecore e mucche.
Siamo nella regione del Marlborough dove si producono anche alcuni dei migliori vini neozelandesi.I saliscendi si fanno sempre più serrati e impegnativi per diversi km. fino a Blenheim, per poi raggiungere la cittadina di Picton 4000 abitanti situata all'interno del Queen Charlotte Sound, è il porto di partenza per raggiungere la North Island.
Picton ha un'atmosfera rivierasca con vecchi alberghi e pub coloniali, molte case dipinte a colori vivaci, un lungomare con le palme e un animato porticciolo.Il traghetto in poco più di due ore di traversata, insinuandosi tra i verdi fiordi, ci sbarca nella capitale della Nuova Zelanda "la ventosa" Wellington.E' una città sinuosa, che si sviluppa su diverse colline: ciascuna è un quartiere.Altri rioni sono incastonati nelle numerose baie che formano il golfo attorno a cui è costruita la città.Vivere a Wellington è piacevolissimo, i ritmi rilassati sono rimasti quelli di molti decenni fa, passeggiare tra i grattacieli di vetro della zona direzionale a due passi dal Parlamento conferisce all'animo un senso di tranquillità e protezione, è questo uno dei motivi per cui i suoi abitanti sono fieri di vivere in questa città.
Lasciata Wellington proseguiamo sempre costeggiando la North Island fino alla cittadina di Otaki il principale porto d'esportazione della N.Z., centro d'imbarco di legname e frutta. Lasciamo Tauranga, sotto un sole quanto mai desiderato prima, ci dirigiamo oramai verso le ultime tappe di questo nostro viaggio; la strada si fa pianeggiante e la nostra mente comincia a realizzare che l'avventura sta giungendo al termine.
Gli ultimi 200 km. si snodano passando per ameni paesini agricoli distesi tra dolci saliscendi delle verdi e rigogliose colline neozelandesi.
La Skytower che si staglia nel cielo di un azzurro quanto mai carico, ci dice che siamo entrati nella "città della vela" Auckland con il suo milione di abitanti ci appare gradualmente in tutto il suo fascino. Gli ottantamila alberi che assediano la City di Auckland non sono frutto della proclamata vocazione ambientalista dei neozelandesi, paese pulito e verde per eccellenza, ma i fusti che sostengono la veleria delle barche ormeggiate nel porto della città che si è guadagnata la fama di capitale mondiale della vela.
Basta passare una giornata a bordo di una barca che vi porta fra le isole dell'Hauraki Gulf per capire che non potrebbe essere altrimenti.Qui il vento è il dominatore assoluto, nel giro di pochissimo tempo può far cambiare le condizioni atmosferiche svariate volte, e bene lo sanno i nostri velisti di Luna Rossa.
In Nuova Zelanda la vela non è una moda dei tempi moderni, ma è nel sangue dei neozelandesi e non c'è da stupirci se vediamo un manager della city arrivare in giacca e cravatta al porticciolo di uno dei tanti Yacht club smettere gli abiti di lavoro e indossare quelli per la barca a vela.
La vela per i neozelandesi è parte integrante della loro cultura come il calcio nei paesi latino-americani.
Auckland è l'unica metropoli multietnica del paese, con genti, sapori e umori provenienti da tutto il mondo, ma in particolare dal Pacifico.Numerosi anche gli asiatici, soprattutto coreani, giapponesi, cinesi e indiani che hanno aperto ristoranti in tutti i quartieri della città.
Auckland è anche la città più grande del pianeta dopo Los Angeles: copre un'aerea urbana di 5.580 kmq.L'asse principale della città è Queen St., centro commerciale, finanziario e d'intrattenimento, sede di banche, compagnie aeree, cinema e teatri, ma anche animata e pittoresca galleria di numerosi negozi d'ogni genere.
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COME ARRIVARE
La Nuova Zelanda si raggiunge via Asia-Australia o via Stati Uniti-Polinesia.
Il modo più comodo e economico, avendo le biciclette al seguito come nel nostro caso, è volare a Christchurch via Singapore con Lufthansa e Air New Zealand.
Il periodo migliore è tra fine ottobre e fine dicembre. Il tempo comincia a stabilizzarsi al bello, si possono trovare biglietti aerei a prezzi convenienti, non ci sono troppi turisti, gli ostelli e i backpakers (sistemazioni simili agli ostelli) non sono affollati ed è facile trovare posto per dormire.
PER DORMIRE E MANGIARE
La Nuova Zelanda sembra una terra fatta a su misura per i cicloturisti.Gli itinerari sono concepiti per trovare a fine giornata comunque una sistemazione; nella stragrande maggioranza dei casi l'ostello o il backpaker sono le soluzioni che si incontrano più comunemente, sono pulitissimi, offrono la possibilità di cucinare e sono economici (con tariffe da 12 a 15 dollari neozelandesi).
Nelle situazioni di difficoltà i neozelandesi hanno un alto senso dell'ospitalità e quindi sono disponibilissimi a risolvere qualsiasi eventuale inconveniente capitatovi. Ricordarsi che nella zona del National park è difficile trovare sistemazioni per la notte; bisogna arrangiarsi con la tenda o chiedere ospitalità alla gente del posto.Le tappe a rischio sono:Wanganui-Parikino, Parigino-Pipiriki e Pipiriki-National Park.
Una soluzione interessante perché economica e pratica in assenza degli ostelli, è quella dei campeggi che offrono delle "cabinas" (stanza per dormire tipo bungalow) con servizi e l'uso della cucina esterni alle abitazioni e in comune con altre.
CONSIGLI UTILI
La bicicletta può essere messa nell'apposita sacca (ottima quella della Scicon) dopo aver smontato i pedali, il manubrio, la sella e consegnata al check-in all'aeroporto. Utile è fasciare tutte le parti delicate della bicicletta con della gomma piuma.
I copertoni più indicati per questo tipo d'itinerario, che prevede anche strade bianche, sono delle coperture per strada con asfalto grosso con battistrada laterale leggermente scolpito.
Da non dimenticare alcune camere d'aria di scorta, delle chiavi a brugola, un cacciavite per le microregolazioni del cambio, la chiave per il montaggio dei pedali, del filo di ferro, dello spago, leve per lo smontaggio delle coperture, della pasta lavamani, un lucchetto da bici e un rotolo di nastro per riparare eventuali strappi alle borse della bici.
Utile è un'assicurazione perché gli italiani che viaggiano in Nuova Zelanda non hanno diritto all'assistenza sanitaria pubblica gratuita, a meno che non restiamo vittime di un incidente automobilistico.
CHE COSA PORTARE
Sempre e solo l'indispensabile.Un aspetto da non trascurare è quello dell'abbigliamento
Tra le cose indispensabili da considerare un paio di scarpe da bicicletta e scarpe da trekking leggero da riposo e utili anche per pedalare sotto la pioggia, calzini tipo "coolmax" leggeri e asciugano in fretta, maglie e pantaloni da ciclista, completo per la pioggia, maglia pelle in capilene, cappello, occhiali da sole, giacchettino antivento, guanti tipo wind-stopper, cuffia con copri orecchie in pile leggero.Attenzione il casco in Nuova Zelanda è obbligatorio.
Per la libera uscita aggiungere un paio di jeans, una polo manica lunga e ovviamente l'intimo.
CHE COSA COMPRARE
Sculture e artigianato maori sono gli acquisti più interessanti e originali: legno scolpito e intarsiato di madreperla (ottima la scuola di Rotorua).Ottimi e di numerose fatture sono gli abiti sportivi e vari prodotti in pelle d'agnello, ma i prezzi non sono vantaggiosi.
C'è una grande produzione di maglioni di lana di varie linee e prezzi.
Molte le occasioni per comprare ottima attrezzatura per l'alpinismo, il campeggio e la vela.
NOTA. Un ringraziamento particolare a chi ci ha aiutato a realizzare il viaggio, rispettivamente:
Scicon per le borse da bici,
Selle Italia per le selle,
Windy per il materiale per la pioggia,
Giordana per l'abbigliamento,
Windtex per l'antivento,
Biotex per le maglie a pelle e
Gist per gli accessori tecnici.
Hanno partecipato al viaggio:
Maurizio Gavarini, Vlady Savoldo e Massimo Fontana tutti di Padova.
Il viaggio si è svolto nel mese di Novembre 1999.
domenica 5 settembre 2010
24h di Mountain bike a Milano

24 Ore di Milano 11-12 settembre 2010
Per diversi mesi è stato un brusio che aleggiava tra i biker di tutta Italia… Una 24 ore a Milano? Ma va! Ma dove la fanno in Duomo? In metropolitana?! No! Alla “Montagnetta”, ecco dove.
Chiamata comunemente “Montagnetta”, il Monte Stella ospiterà la prima 24h di Milano; nata come concetto già quest’inverno, grazie al patrocinio del Comune di Milano e ai suoi assessorati allo sport e al verde pubblico, oggi questa 24 ore ha preso concretezza.
La manifestazione prenderà il via sabato 11 settembre, ma il parco esposizione e l’aera demo coi prodotti delle aziende e la zona mercato per appassionati (e non) sarà già aperta da venerdì 10.
L’evento sarà organizzato da APEB media-events e coadiuvata per tutta la parte tecnica e di sviluppo del tracciato dallo staff della 24H di Finale Ligure.
Filosofia - La rinascita
Milano apre le porte ad un grande evento che vuole coinvolgere attivamente gli sportivi e gli appassionati ma, ancor di più, i neofiti e i curiosi. La principale mission di questo evento è far “rinascere” lo spirito sopito, ma non perduto, delle ruote grasse, nei milanesi.
La “rinascita” anche di questo piccolo angolo di verde milanese così che venga apprezzato e valorizzato al top dai milanesi e dai lombardi in genere, e lasci a chi viene da fuori un forte ricordo di Milano come città del verde e dello sport... facendo dimenticare quell'aurea di grigiore diffusa nell'immaginario collettivo. L'idea di “rinascita” si sposa perfettamente con lo spirito del geniale Maurizio Nichetti, che 30 anni fa girò a Milano Ratataplan, un viaggio surreale per la città e un'interpretazione anche della magnifica follia milanese, partendo proprio dalla Montagnetta.
Ovviamente gli organizzatori hanno contattato Maurizio per coinvolgerlo così da arricchire di contenuti questa manifestazione, in un progetto che vuole vedere la Montagnetta come simbolo di una rinascita culturale oltre che sportiva. La vera rinascita quindi è recuperare una mentalità che vuole la gente più protagonista del territorio e che la stimoli a usarlo in maniera attiva e soprattutto sostenibile.
Museo
Per completezza culturale sarà allestita un’area espositiva/museale che ripercorre tutta la storia della collinetta dal 1946 a oggi, passando per Ratataplan, il pionieristico Rampichino di Cinelli, terminando con la mountain bike con attrezzatura, foto storiche e documenti di grande interesse.
Demo Day
Per soddisfare l'immenso pubblico di appassionati delle 2 ruote, data la defezione della storica manifestazione milanese del settore, verrà allestito un villaggio “esposizione e test” in collaborazione coi maggiori marchi produttori del settore. Qui gli appassionati potranno provare in anteprima nazionale tutte le novità del 2011 su un percorso attrezzato ad hoc per tutti gli usi: dalla city bike al gravity più estremo e anche l’e-bike.
Bike Market
Sarà allestito un villaggio aperto a tutti dove chiunque potrà vendere e comprare sia bici sia componenti ed accessori, di cui il mondo della mountain bike addicted fa quasi una malattia. Troveranno spazio qui anche svariati altri servizi per tutti i visitatori.
Charity - Adotta un Big
Tanti personaggi di spicco dello spettacolo e dello sport sono appassionati di mountain bike. Diversi di questi stanno aderendo all’iniziativa di charity “adotta un big”. I team potranno tramite un’asta online (dal 30 giugno al 5 settembre) “adottare” uno di questi big come membro del loro team. Tutto il ricavato andrà in beneficenza, nella fattispecie alla Fondazione Vialli e Mauro che parteciperà con la solita competenza e trasparenza all'iniziativa.
Percorso
Il percorso sarà interamente fuoristrada e presenterà un dislivello di circa 150 metri per giro. A breve sarà pubblicata sul sito ufficiale la mappa del percorso e sarà possibile scaricare la traccia gps.
Perché Milano e perché il Monte Stella?
Milano rappresenta una fetta importante della storia della mtb. Il 1980 vede la nascita e la diffusione del mitico Rampichino proprio nel capoluogo lombardo e non a caso in Montagnetta, unica “vetta” meneghina.
Il Monte Stella, noto ai milanesi come "La Montagnetta di San Siro" o più semplicemente "Montagnetta", è un rilievo che si trova nella zona nord-ovest di Milano, nel quartiere QT8. È uno dei parchi della città lombarda. Si tratta di una collinetta artificiale (con un’altezza di 170 metri sul livello del mare) formata inizialmente con l'accumulo di macerie provocate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e con altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei bastioni, avvenuta dopo il 1945. Il progetto si deve all'architetto Piero Bottoni, che lo dedicò alla moglie Stella, da cui la collina prende il nome e successivamente all’accumulo dei detriti venne realizzato il Parco Monte Stella, con una superficie di 370000 m² tra zone boschive e prati. Il concetto di “rinascita”, sul quale si basa la filosofia dell'evento, si sposa perfettamente con questo parco, che da cumulo di detriti della guerra si è trasformato in un luogo dove i cittadini di Milano possono ritrovare un ambiente ideale per l'attività sportiva. Il parco è realizzato su gradoni a salire, collegati da una strada panoramica che, girando attorno al monte, ne raggiunge la cima. Dai punti più alti si ha una vista della città e del suo hinterland, mentre dalla “vetta” la vista può spaziare su buona parte dell’Arco Alpino e degli Appennini. A nord ovest il rassicurante massiccio del Rosa, l'aerea ed estetica cresta Tasch-Dom e i “milanesissimi” rilievi della Grigna e del Resegone faranno da cornice alle serate della 24 ore di Milano.
PROGRAMMA:
venerdì 10 settembre
ore 8,00: allestimento
ore 9,00: apertura percorso per prove
ore 10,00: apertura villaggio demo-expo
ore 12,00: iscrizioni punzonatura
ore 20,00: chiusura area demo
ore 23,00: chiusura area ristoro-bar
sabato 11 settembre
ore 9,00: apertura sala stampa
ore 10,00: apertura villaggio demo-expo
ore 10,00: apertura area ristorante (per tutti); pasta day (per chi gareggia) e chiringuito (per tutti)
ore 12,00: performance “la rinascita” con maurizio nichetti, a seguire cerimonia di partenza
ore 13,00: inizio gara, in contemporanea animazione, expo e demo day.
ore 20,00: chiusura area demo
ore 21,00: inizio “riders party” con unplugged e proiezioni
domenica 12 settembre
ore 10,00: apertura villaggio demo-expo
ore 13,00: fine competizione
ore 14,00: premiazione
Tutte le info e aggiornamenti: www.24hmilano.it
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